2000 chilometri. Ecco perché amo la bici.

(English version)

2000KMSabato scorso ho raggiunto la mia meta e l’ho superata: 2000 km in bicicletta, macinati dal 19 di aprile.Sono soddisfatta e felice.

Se mi avessero detto che un giorno mi sarebbe piaciuto andare in bici, non ci avrei mai e poi mai creduto.

La prima volta che andai su una bici da corsa fu una decina di anni fa.

 Da poco il mio fidanzato di allora, e marito di oggi, aveva parcheggiato la sua bici super professional nel mio garage e io, senza pensare alle possibili conseguenze, per riuscire a parcheggiare due auto nel posto di una sola, avevo lasciato il portone aperto e per aperto intendo SPALANCATO.

Va da sé che nel giro di due giorni (sì, l’ho lasciato così per due giorni), la bici sparì. Forever. Ricordo che era una Cannondale, che per la mia conoscenza del mondo bici, avrebbe potuto avere il valore di una Graziella… Non che ora mi intenda di biciclette, ma oggi posso capire cosa possa significare perdere una bicicletta. Se lui non mi ha uccisa, credo lo si debba esclusivamente al fatto che eravamo ancora solo fidanzati. Oggi, molto probabilmente, non lo farebbe, ma ci penserebbe su.

Era da poco venuto a vivere in questa città e il suo unico punto di riferimento, a parte me, era la bici. E per colpa mia, adesso non l’aveva più.

Ciononostante, ci sposammo. Alcuni amici, su leggerissimo suggerimento di mio marito, ci regalarono due biciclette. Proprio durante la festa che seguì la cerimonia del nostro matrimonio lui venne da me e mi disse: “Domani mattina… sorpresa! Ci hanno regalato due mountain bike, le ho già caricate in macchina e andiamo in Toscana!”. Quale gioia immensa…

montalcino-2004

Montalcino 2004

Ricordo distintamente ogni granellino delle strade bianche di Montalcino che mi sembrava non finissero mai, la discesa (e poi la salita) verso l’abbazia di Sant’Antimo …il sole di giugno che rispendeva sulle colline verdi, ma soprattutto, dopo 26 km, ricordo il mio male allucinante al sedere!

Sinceramente pensavo che la mia esperienza in bici, per quanto piacevole (sedere a triangolo a parte), fosse iniziata e finita lì.

Dopo un anno mio marito tornò all’attacco, per portarmi, però, con la bici da corsa. Mi sentivo ancora in colpa per la Cannondale che gli avevano rubato pochi mesi prima  (io vivo con il senso di colpa per tutto, se è per questo) e a questo si aggiunse il piccolo particolare che poco tempo dopo io tornai, come facevo anni prima, a lavorare a Roma, lasciandolo qui da solo durante la settimana. Quindi, va da sé, che mi fu servito su un piatto d’argento un altro senso di colpa.

Et voila. Ecco, forse, è per via del senso di colpa che oggi io vado in bici…

Per dirla tutta io ero follemente gelosa della bici, anzi di “questo ca..o di bici”, come la chiamavo. Non capivo che cosa ci fosse di così bello ad andare in giro e farsi un mazzo così per poi tornare a casa. A volte, in auto, avrei voluto tirarli sotto i ciclisti in mezzo alla strada!

Ad ogni modo, alla proposta di andare con la bici da corsa, non seppi dire di no. Ricordo ancora com’ero vestita il giorno della prova su sella, ricordo come mi sembrava difficile poter anche solo pensare di “governare” il manubrio, curvare, frenare e soprattutto restare in quella posizione assurda, come ripiegata su me stessa. E ricordo il giorno in cui salii per la prima volta sulla mia nuova bici, una Colnago tutta nera.

Nel negozio, tutti a chiedermi: “Sei sicura che saprai staccare i ganci delle pedaline?”. Io, spavalda “certo”. Vuoi provare ad andare qui sul marciapiede prima?” “No, tranquilli, adesso provo ad andare sulla strada”, dicevo convinta. Quindi, uscii dal negozio, in sella, e dietro di me, a piedi, mio marito e i proprietari del negozio. Feci un metro, due, tre, poi c’era la discesa del marciapiede per andare in strada. Discesa di sì e no 5, massimo 10 cm. Non so ancora come, ma feci un volo allucinante. Praticamente da ferma, caddi, insieme alla bici, sul lato destro. Ero sporca di sangue per un mega graffio su un ginocchio e sul braccio. Tutti quelli che erano lì a vedere la mia “messa su strada” corsero verso di me per controllare come stessi. Arrivò anche mio marito, mentre io cercavo di sollevarmi da terra e urlò: “Noooooooooooooo!!! Che botta! Hai rovinato la maniglia del freno!! Guarda! Noooooooooo!!!”.

Lì intuii che la strada sarebbe stata tutta in salita.

Quell’estate, nonostante durante la settimana lavorassi a Roma, e fossi a casa solo nei week end, da giugno a settembre feci 800 km. Ma oggi posso dirlo: senza passione.

Mia mamma, tutte le volte che mi ero lamentata con lei del fatto che mio marito andasse in bici, praticamente ogni volta che questo succedeva, mi aveva ripetuto “ma perché non vai anche tu, che ti farebbe bene?” e io, finalmente,  l’avevo ascoltata. Quindi andavo in  bici perché era un modo per stare con lui, che difficilmente avrebbe rinunciato ai suoi giri durante il week end. Dicevo che mi piaceva, ma ora mi rendo conto che non era vero, o forse in quel momento mi sembrava lo fosse, ma è imparagonabile a quello che significa per me andare in bici oggi. Oggi ho BISOGNO della mia bici. E davvero credo che se una persona non va in bici o ci va senza passione, non possa capire cosa significhi andare in bicicletta e goderne ogni attimo.

Non so come io abbia riniziato ad andare in bici e ad amarla per davvero. So che è stato un percorso lungo.

A dire il vero in questi ultimi 10 anni non avevo mai smesso di pedalare, fatto salvo il tempo delle gravidanze e annessi e connessi… facevo qualche giro al week end con mio marito fino al lago di Garda e ritorno, un po‘ di volte ho provato a salire il  monte Maddalena, qui a Brescia, finché  alla terza, in un tempo inestimabile, sono arrivata fino in cima, senza piangere (già successo), senza mandare a cagare mio marito (successo anche questo) , senza girare la bici e tornare a casa (pure questo), senza tutte e tre le condizioni precedenti messe insieme,  e poi tante salite in montagna d’estate. In poche parole ero  una ciclista per caso.

Andavo in bici e, mentre pedalavo in città verso la ciclabile,  il mio unico pensiero era: “Ti prego Dio fa’ che il semaforo all’incrocio sia verde!” ero terrorizzata dalle pedaline, dal non essere in grado di fermarmi senza schiantarmi al suolo. Avevo paura che il marciapiede fosse troppo basso per poter appoggiare il piede una volta ferma. Poi c’erano (e ci sono) le regole ferree di mio marito…ricordo che mi ripeteva mille volte di restare concentrata e quindi, non appena uscita di casa, al sabato mattina avevo il terrore di incontrare qualche amico (cosa che succede sempre, a dire il vero)  perché avevo e ho il divieto di fermarmi a salutare oppure ricordo una delle prime volte sulla ciclabile della Gavardina “Guarda, amore, i papaveri! “ dissi indicando un campo bellissimo. Lui “stai concentrata! Non siamo venuti in bici per vedere il panorama!”. Ecchecazzo! O ancora, dopo aver fatto Pinzolo-Campiglio (senza essere allenata) mi disse “che sgambatina!” “sgambatina???? Ma io ti ammazzo!!!”

Poi, l’anno scorso, al mio quarantesimo compleanno mio marito mi regalò una bici (SORPRESONA…) . Bici che io non ho assolutamente considerato per un anno e passa, a parte averla utilizzata per un’escursione in Austria (comodissimo , per altro, andare in vacanza con due auto per portare le bici… e altrettanto facile fare delle salite per me allucinanti, a 1500 metri di altitudine, con zero chilometri nelle gambe…). Da lì la mia bici è rimasta in garage in attesa di tempi migliori che, sinceramente, pensavo non sarebbero mai arrivati. Passò l’autunno e poi l’inverno. Arrivò poi la primavera di quest’anno. La mattina del 19 aprile, mio marito mi chiese, per la miliardesima volta, se volessi andare con lui in bici. Non so perché dissi di sì, proprio non lo so. Forse ripensai a mia mamma quando mi ripeteva “vai in bici con lui”, forse perché da quando ci sono le bambine non passiamo mai un momento da soli, forse semplicemente perché lo amo, ma ci andai.

Mi feci prestare una maglia, perché non ricordavo nemmeno dove avessi messo le mie. Feci solo 16 chilometri e mi sembrava di essere nel film Shining. Una paura bestiale! Ogni minimo soffio di vento mi faceva ondeggiare la bici, o per lo meno così mi pareva;  mi sentivo perennemente in bilico ed era tornato l’incubo delle pedaline, di come agganciarle prima e come sganciarle poi. Ma tornata a casa, ammisi a me stessa che era stato molto piacevole. Andai anche dopo due giorni, stesso percorso, solo un po’ più veloce, anzi diciamo meno lenta.

Poi, come ho già scritto qui sul blog, pochi giorni dopo, ebbi un’illuminazione e chiesi ad una mamma della scuola di mia figlia, una specie di wonder woman, che fa mille gare tipo half iron woman e imprese impossibili, se volesse allenarmi. Stabilimmo 10 lezioni, da due ore l’una. E da lì mi è scattato qualcosa. Senza nulla togliere a mio marito, andare con Cristina mi ha fatto capire che la bici poteva anche essere divertente. Con mio marito mi sono sempre sentita non all’altezza della situazione, perché è vero, io non sono all’altezza, ovviamente, ma non è che uno te lo debba sottolineare. Forse lui non lo sottolinea nemmeno, sono io che mi sento sempre così. Con Cristina e con il suo modo “molto fine” è stato diverso. Non appena con la coda dell’occhio vedeva che io rallentavo  urlava “Pedala! Pedalaaaaaaa, Ari, Fi.a!!!”, io mi vergognavo tantissimo, e quindi pedalavo, eccome! Pedalavo e ridevo, ridevo e pedalavo!

Ricordo la prima uscita con la Cri, sul Montenetto,  a sud della città, lei che mi diceva “vedi che bei colori intorno a noi?” e io non vedevo niente perché ero concentrata sulla mia bicicletta e a quel punto della mia vita ciclistica, non sarei mai riuscita a fare due cose insieme. Dopo che Cristina, come ho raccontato qui, senza avvertirmi, una volta che avevo nelle gambe 500 km, mi fece salire per la San Gallo- Serle e io ce la feci, e riuscii anche a rispondere a tono al tuttologo mentre stavo pedalando, mi disse “Ora sei pronta per fare la Maddalena”, non mi sembrava vero!

E la settimana successiva la feci. Arrivai fino in cima. (10 chilometri di salita, 600 metri di dislivello e non molla mai) La Cri era sconvolta dal fatto che io ogni tanto mi fermassi a fotografare l’impresa, perché davvero per me era un’impresa! Arrivai in cima e mi piacque talmente, che due giorni dopo la rifeci.

 La Maddalena non è l’Everest, ma, come scrissi sulla mia pagina Facebook, è stato il MIO Everest personale. La seconda volta che la feci, ricordo era un giovedì di giugno di quest’anno.  Il giorno prima, nel fare una visita da un endocrinologo , così, d’emblée, mi disse “guardi che c’è la possibilità che lei abbia un cancro alla tiroide”. Così, quando non te l’aspetti. E il giorno dopo, sulla Maddalena, pedalata dopo pedalata, io pensavo alla vita, alla MIA vita, alle mie figlie, alla paura, come non avevo mai fatto in vita mia. Io che non ho mai avuto paura della morte, certa che questa che stiamo vivendo sia solo una prova per il dopo, mi sono riscoperta attaccata alla vita, e con una paura incredibile. Salire fino in cima, curva dopo curva, tornante dopo tornante e spingere le gambe con tutta la forza possibile, ha significato per me qualcosa che non dimenticherò mai. Arrivare in cima era una sfida con me stessa, che ho vinto e che ho rivinto, da allora, tante altre volte, anche dopo che il pericolo del cancro è, per fortuna, sparito.  Ho vinto e rivinto la sfida con me stessa quando la mattina, anche dopo essere tornata dalle vacanze, senza più tanto allenamento continuo, ho preso la mia bici e da sola, piano piano,  sono arrivata fino in cima o ancora….ho vinto al tramonto, con mio marito, cullati dalla luce del sole che piano piano se ne va e dalle ombre che si allungano sulla strada ormai scura.

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In questi sei mesi di bici ho scoperto che si può, sì, guardare il panorama e nel frattempo andare in bici, ma aveva ragione mio marito, prima è necessario prendere confidenza con la bicicletta ed io aggiungo rispettarla e amarla. La concentrazione è tutto. Se io, che ho il fisico più lontano al mondo dal ciclista o da un’atleta, io che sembro Barbamamma, riesco in poco più di un’ora e venti a fare la Maddalena, lo possono fare tutti, a patto, però, che lo vogliano. Perché sono arrivata alla convinzione che è tutto nella testa, nella concentrazione, nella voglia e nella passione. Vado ancora in bici con mio marito e adesso è bellissimo. Certo, ci sono volte in cui mi incazzo ancora perché lui mi dice di stare in scia, io non sto in scia e lui se ne va avanti senza controllare se io sia ancora viva e vegeta, volte in cui io lo chiamo e lui, avanti, non sente e allora sembro una pazza isterica che urla il suo nome nel bel mezzo del nulla e poi, quando finalmente mi sente, mi sono dimenticata cosa gli volessi dire. Ogni tanto mi sento ancora non all’altezza, ma vivo per i momenti in cui, colta da non so quale raptus, in pianura, “volo” a trentacinque all’ora e al semaforo lui mi raggiunge e mi chiede se mi abbiamo messo il peperoncino sul sedere… So che lui ha le sue regole, io ormai le ho imparate a memoria e le rispetto. Io ho la mia, che è: “prima di tutto la bici è un piacere, non un dovere” . Se non me la sento, quindi, non ci vado. Questa regola è però molto spesso infranta perché se fosse per la mia pigrizia, il 90% delle volte, starei a casa. Sono riconoscente a mio marito perché, conoscendomi bene, insiste, finché io non mi faccio forza, esco dal mio pigiama del sabato mattina e inforco la bici, ben felice, poi di averlo fatto. Grazie a questa passione comune, insieme, stiamo percorrendo nuove strade, stiamo scoprendo nuovi percorsi, luoghi a un passo da casa, davvero meravigliosi.  La mia non è più una bici, ma è la MIA bici, la mia meravigliosa e insostituibile bici.

IMG_3631Questi 2000 chilometri sulla mia bicicletta da corsa, che tornerà purtroppo in garage fino a primavera per lasciare ora spazio alla mountain bike sono stati 2000 chilometri di scoperta della natura e del territorio attorno a me, 2000 chilometri in cui mi sono sentita parte di un mondo parallelo che mi ha accolta e coccolata, ma soprattutto 2000 chilometri di viaggio dentro di me.

19 thoughts on “2000 chilometri. Ecco perché amo la bici.

  1. leggo e rileggo, leggo e rileggo, poi parto dal fondo e leggo al contrario nella speranza di trovare una dichiarazione precisa che, pur nella difesa della passione per la bicicletta, prenda chiaramente le distanze da quella assurda specie antropologica che è il ciclista del week end da gardesana trafficata…chissà che un giorno non si possa scrivere un post a quattro mani e 2 ruote da bici e 4 da macchina dove proviamo a comprendere la psiche malata del ciclista da gardesana trafficata…intanto chapeau cara prime pedalate…con i tuoi racconti fai quasi (sottolineo quasi) venir voglia di andare in bici…
    p.s.: mi aiuti a lanciare una raccolta firme per costruire un mc drive di mc donald’s sulla sponda bresciana della gardesana??

  2. Mi vengono solo cose banali da scrivere, hai già scritto tutto tu. Con la solita penna leggera ci porti in giro, più dentro noi stessi che per le strade. Ognuno ha i propri percorsi, tu hai coniugato con un po’ di fortuna e molta di pazienza due passioni, che ti hanno fatto uscire dai binari nei quali stavi comoda e ti riconoscevi, facendoti scoprire una parte meno comoda, ma più esaltante di te stessa. Posso solo augurarmi la stessa cosa. Proprio oggi pensavo quato mi piacerebbe essere una di quelle che corrono con l’i-pod, con glutei sodi e, di solito, capelli lunghi, lisci e raccolti. Eliminando l’ultima parte del pensiero, il resto, per quanto improbabile per la mia pigrizia ed per il fatto che spesso la musica mi annoia, magari un giorno si avvererà – e te lo farò sapere. Ma l’importante è affrontare la vita con la stessa curiosità, disponibilità, amore, pazienza… Per scoprirsi a vivere se stessi con entusiasmo. Grazie xxx

    • Grazie Serena, grazie mille per aver letto il mio post e per il commento. Grazie davvero. Da dove parto? Io non ho mai desiderato di essere come quelle che vanno in bici, non ho mai nemmeno desiderato essere non dico un’atleta, ma nemmeno atletica, per dirla tutta. Ho sciato per tantissimi anni, ero anche brava, a suo tempo, e mi piaceva molto, ma ogni volta che ci andavo dovevo avere qualcuno che mi desse la spinta. Non sono una sportiva, anche se mi sono lanciata da 4600 metri in tandem con il paracadute, anche se ho fatto rafting sulla cascata più alta al mondo e me la tiro tantissimo per queste due eventi super sporadici della mia vita! Il mio posto nel mondo non è mai stato nello sport. La sola cosa che abbia mai desiderato fare, da quando ero piccola, era scrivere. Poi l’ho realizzato. Sono diventata giornalista pubblicista, ho scritto per un quotidiano, per alcuni settimanali, ho lavorato per la televisione…e dello sport manco l’ombra. Poi sono diventata mamma e volevo (e voglio) essere una brava mamma. E non so se io lo sia, ma ce la metto tutta, ogni giorno della mia vita. La bici è arrivata per caso e, come ho scritto, innamorarmene è stato un percorso lungo. non era detto che un giorno questo sarebbe successo. Non è stato di certo un amore a prima vista! Comunque sia…a volte mi sembra di aver vissuto mille vite e attraverso queste, con le “badilate nei denti” che immancabilmente arrivano all’improvviso, e tutti quegli eventi che o ti spezzano le gambine o ti rendono più forte, sono arrivata alla consapevolezza che la cosa che io voglio, fortissimamente voglio, è essere serena e contribuire a rendere sereni i miei amori. Perchè la vita è una, o forse non è una sola, ma per adesso è questa. Quindi ho messo in pratica quella che io chiamo la teoria del “s’encules”, che, a parte il nome poco fine, è una specie di mio personalissimo panta rei. Perchè davvero, è un attimo. E allora vale la pena vivere per ciò che ci aiuta ad essere sereni. Non dico felici, ma sereni e già mi sembra difficile, ma non impossibile. Una volta alle medie ricordo che una maestra aveva detto a mia mamma che io ero immatura perché sorridevo sempre. Forse, anzi sicuramente, ero immatura, ma sorridevo alla vita. E, a parte qualche periodo meno luccicante, ho sempre cercato di fare in modo di vedere il bright side della vita, NONOSTANTE TUTTO. E sono convinta, perché me l’hanno inculcato i miei genitori da quando ero piccola, che se si vuole ottenere qualcosa, bisogna lottare perché ciò avvenga. Non è poi detto che sia così, ma se non altro, ci avremo provato. Andare in bici è, come ho scritto, una sfida con me stessa, arrivata al momento giusto della mia vita. Perchè poi, se ci pensi, magari quella stronza (perchè è sicuramente stronza…) tutta fighettosa che va a correre con l’ipod, i glutei sodi, i capelli lunghi lisci e raccolti, non è felice, non è serena… è un po’ come quando vado in bici e mi imbatto in altri ciclisti sulla mia stessa strada, non so da dove vengano, non so se in quel momento stiano pedalando piano perché magari stanno recuperando dal male di una caduta o magari perchè non ce la fanno o perché semplicemente non abbiamo voglia di pedalare. Perchè andare in bici è come la vita. Non possiamo sapere come sia una persona perché non ne conosciamo i pregressi, ma possiamo conoscere noi stessi e riscoprirci diversi, possibilmente migliori, ogni giorno. Io, intanto, continuo a pedalare. Grazie ancora per il commento! ( e scusa il papiro. Dono della sintesi di Ari: zero)

  3. Ari Ari anche a 13 mila chilometri di distanza mi insegni qualcosa .. per esempio a condividere una passione? (con mio marito) .. a non mollare .. a credere in se stesse sempre un po’ di più .. a ricredersi e a non farsi soggiogare dalle proprie convinzioni … a crescere … e mi fai sempre ridere tanto barbamamma cazzona! Iloveyou Imissyou Xxx Lucy

  4. Ciao e grazie del “Mi piace” lasciato sul mio blog. Ho letto il racconto: quanta passione – che a volte passa anche per sentimenti diversi dalla gioia… – ! Ognuno pedala (e pedali!) come più gli aggrada! Non credo in un solo tipo di ciclista, quindi brava e buona strada!
    Bel casco…:-)

  5. Pingback: My first 2000 km and why I love cyling. | Ari rides her bike

  6. Sei bravissima e ti invidio molto. Io mi ritrovo nella prima parte della tua descrizione, purtroppo non sono mai riuscito a fare il passo successivo. Forse perché ho una moglie che non è minimamente attratta dalle due ruote, se prive di motore.

    • Grazie per il commento!!! Ma Sua moglie ci ha mai provato? Voglio dire…una volta io non solo non ero attratta dalla bici, ma la odiavo proprio! E mai, dico MAI, nella vita avrei pensato di innamorarmene alla follia. Ma così è stato. Forse, davvero, Sua moglie non è attratta dalla bici, solo perché non l’ha mai provata! magari potrebbe iniziare con la pedalata assistita, no? Potrebbe essere un buon compromesso! Grazie ancora per le Sue parole. Grazie, grazie, grazie!

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