Brescia – Desenzano – Sirmione e ritorno. (con Virginia Woolf and company)

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Sabato scorso, quando mi sono svegliata, sapendo che sarei andata in bici con mio marito, avrei tanto voluto restare nel letto. Sveglia, ero sveglia. Da tempo. Mia figlia piccola si era alzata alle 6 e mezza. A volte penso che lei voglia godere di ogni singolo attimo della sua vita e non sprecarne nemmeno uno dormendo. Solo che lei non ha ancora 3 anni e di giorno, poi, si riposa, io a 41 durante il giorno sono morta.

Comunque, nonostante la mia stanchezza, mi sono fatta forza e mi sono auto-convinta che andare in bici non avrebbe potuto far altro che bene, se non altro mi avrebbe svegliata! Ammiro molto quelli, come mio marito, ad esempio, che si svegliano con la voglia di andare in bici. Io, soprattutto al week end, mi farei pestare piuttosto di uscire dal mio pigiama, ma so che poi, una volta in sella, tutto cambierà e che quando sarò nuovamente a casa, starò già sperando di poter andare al più presto in bici. La mia è solo pigrizia.

 Così ho svolto il solito rito della preparazione: lenti a contatto, fascia cardiaca, maglietta invernale, giacca e pantaloni da mezza stagione, calze lunghe, scarpe, guanti, casco, Garmin acceso, e via. Mi sono pure gonfiata le gomme da sola. Poi, ovviamente, è arrivato mio marito, che non si fida,e me le ha rigonfiate. Ma questo è normale. Così come è normale che io gli dica: “stamattina sono distrutta, al massimo potremmo arrivare fino a Salò, visto che non l’abbiamo ancora fatto e torniamo. Saranno 50/55 km, va bene?”. Lui, as usual, mi risponde “Certo!”. Ormai lo sa che io rompo sempre, a prescindere. Forse lo so anche io, ma è che io “mi porto avanti”, nel senso che se poi, davvero, voglio fare pochi chilometri, posso sempre dire “te l’avevo detto”. In realtà, per ora, non è mai successo che io volessi tornare indietro.

 Alla fine ne abbiamo fatti 92. E a Salò non ci siamo andati.

Ecco la mia uscita

Sabato 19.10 2013

mappa Brescia- Desenzano - SirmioneMentre esco dal portone di casa, in sella alla mia bici penso “Non ce la farò mai, davvero questa mattina, non ce la posso fare.” Il cielo è grigissimo, fa freddo, ho sonno.

 A differenza del solito tragitto, non prendiamo la ciclabile. Vogliamo arrivare direttamente a Salò senza perdere tempo. Lungo Viale Venezia, per uscire dal centro città, come ogni santissima volta che vado in bici e la percorro, ci sono due auto tranquillamente parcheggiate (sempre le stesse due) sulla pista ciclabile. E ogni volta penso avrei una irrefrenabile voglia di  distruggerle a sassate. Tu stai arrivando a 25 all’ora sulla corsia riservata alle bici e nel frattempo stai già ringraziando Dio perchè, nel tratto di strada precedente, qualche auto parcheggiata a lisca di pesce, nel fare retromarcia, non ti ha steso e ora stai pregando che le auto che sfrecciano alla tua sinistra non ti tirino sotto. A quel punto, all’improvviso, sul cammino ti imbatti nelle macchine parcheggiate sulla ciclabile. I due incivili, cioò i proprietari, sono molto fortunati a non avermi mai beccata mentre arrivo in bici perché, con chi parcheggia sulla ciclabile, io do il peggio del peggio di me. La settimana scorsa, sempre in Viale Venezia, mentre arrivavo da Sant’Eufemia a 32 all’ora, uno CON UN CAMPER avanzava tranquillamente indisturbato sulla ciclabile. Non posso ripetere quello che gli ho urlato, dopo che mi sono avvicinata e, con una mano sul manubrio, con l’altra gli ho bussato al vetro. Per essere sicura che capisse, visto che aveva la targa della repubblica ceca, gli ho parlato (diciamo pure urlato) pure in inglese.

 Comunque….mio marito ed io abbiamo preso la ciclabile a Pontenove, direzione Lago di Garda.

Mentre sto pedalando tra i campi arati, sui quali, rispetto alla settimana scorsa, sta già spuntando l’erba verde, il mio pensiero vola. E non so come e non so perché, e sono due giorni che me lo domando, penso a Mrs. Dalloway. Per chi non lo avesse letto, Mrs Dalloway è il nome della protagonista di un libro di Virginia Woolf, da cui prende il nome il titolo.

Sono anni e anni che non leggo un suo libro, eppure, all’improvviso è come se Mrs. Dalloway fosse qui con me e con lei alcuni dei protagonisti di questo e di altri romanzi di Virginia Woolf.

E allora, mentre passo attraverso la ciclabile circondata dai campi coi cavalli bianchi, penso a quanto io abbia amato Virginia Woolf, a come ero affascinata dal suo aver creato insieme al fratello, il Bloomsbury Group. Ricordo che, quando ne leggevo la storia, immaginavo tutti insieme questi scrittori, poeti, pensatori, artisti che una volta la settimana si incontravamo e discutevano di Estetica, di Filosofia e ovviamente di Letteratura. Ricordo ancora, distintamente, il mio sentimento di allora, quasi di invidia (lo so, sembra assurdo, ma forse in effetti, io sono assurda), nei loro confronti. Invidia condita, però, con affetto, e ovviamente grande, grandissimo rispetto e incommensurabile ammirazione.  Non so cosa avrei dato per vivere anche io nell’epoca vittoriana, se non altro per poterla criticare e soprattutto mi chiedo come sarebbe stato se solo anche io avessi potuto conoscere Virginia Woolf; avrei voluto assaporare ogni parola detta o scritta a quelle riunioni, ascoltare, imparare. Per me Mrs Dalloway è stata un’illuminazione. Prima di allora non mi era mai capitato di leggere un romanzo che si svolgesse in una sola giornata. Ho amato e apprezzato non tanto la trama in sé e per sé, ma il modo inusuale con cui la Woolf racconta una storia esclusivamente dalla prospettiva interiore della protagonista; ho amato i repentini viaggi nel tempo, tramite i pensieri e le emozioni di Clarissa Dalloway, i suoi monologi e i soliloqui come se il tempo e lo spazio si fondessero; il passato, il presente e il futuro scorressero sullo stesso piano, mossi da un ricordo nato da un oggetto, una frase, un pensiero. Rimasi veramente affascinata da questa lettura anche se, sinceramente, fino a questa mattina, pensavo di avere dimenticato tutto. Pensare allo “stream of consciousness” di Clarissa, non può non farmi volare col pensiero, tra una pedalata e l’altra, a James Joyce.

Ad un cento punto della mia vita mi ero follemente innamorata di Joyce. Mi rivedo da giovane (anzi diciamo, da “più” giovane”) impegnata a leggere l’Ulysse, senza riuscire ad arrivare fino all’ultima pagina e soprattutto senza avere le capacità di capirlo fino in fondo, ma comunque coinvolta, appunto, nello “stream of consciousness” dei protagonisti e ora i miei ricordi vanno alla più semplice lettura e interpretazione di The Dubliners, che tanto mi hanno fatto interessare all’Irlanda, nonostante il punto di vista di Joyce su quella che lui definisce come una sorta di “paralisi”,che ostacola la rinascita e il cambiamento della società irlandese del tempo, ma che potrebbe rappresentare tutto il mondo e quindi anche noi stessi.  Ricordo che il mio racconto preferito, o forse, l’unico che mi ricordi distintamente era “The Dead”. Anche qui, non so come e non so perché, ma mi torna in mente all’improvviso il senso di smarrimento del protagonista prima e la sua presa di coscienza poi, tormentato dal dilemma se sia meglio il lasciarsi morire dentro quando si è giovani o da vecchi, quando gli errori commessi crescono a dismisura. E ponendosi questo dilemma si era finalmente tolto la maschera, a differenza degli altri protagonisti dei Dubliners, che mai si mettono in discussione, e mentre lo leggevo, mi chiedevo se poi, gli irlandesi, avessero reagito…se qualcosa fosse cambiato. E fu proprio, forse, da quel momento che iniziai a studiare con profondo amore la storia dell’Irlanda, da ogni punto di vista, dalla letteratura alla storia, dalla poesia alle origini, dai miti Celti, alle leggende legata a San Patrizio, da Oscar Wilde ai poeti, da WB Yeats, che forse ho amato più di tutti, a Séamus Heaney..e via dicendo.

 Quando ero immersa in queste letture non potevo neanche immaginare, che poi, tanti anni dopo,  sarei andata a vivere proprio a Dublino e avrei attraversato anche io le strade che avevano percorso i miei scrittori/poeti preferiti e i protagonisti delle loro storie.

cicalbile-verso-desenzano

E mentre passo in bici dalla campagna di Barcuzzi, il tempo vola e non sento la fatica, immensa, nel mio personale stream of consciunsess… torno al Bloomsbury Group e penso a TS Eliot, del cui gruppo sembra abbia fatto parte. Penso a quanto abbia odiato studiare The Waste Land, quando dovevo studiarlo, e quanto abbia, invece amato “the Hollow men”.  Ricordo di aver letto da qualche parte che Virginia Woolf aveva scritto a TS Eliot per avvisarlo che il gruppo aveva fatto una sorta di colletta che gli avrebbe permesso  di lasciare il lavoro in banca per dedicarsi solo ed esclusivamente alla letteratura. Quanto avrei voluto conoscere questa banda di matti!

Quanto avrei voluto conoscerli! Quando avrei voluto esserci anche io.

Ogni tanto mio marito si gira per controllare che io sia “in scia” e ci sono. Quest’oggi sono proprio in forma. Sto pedalando con tanti di quegli scrittori che mi danno una carica pazzesca! Ma non glielo dico….

 Arriviamo dove la ciclabile si divide: a sinistra per Salò, a destra per Desenzano.

Qui, il primo cambio di programma. Chiedo a mio marito se sia mai stato a Desenzano e scopro , con sorpresa, che non l’ha mai vista. Allora decidiamo di non seguire, come al solito, sulla ciclabile dalla Valtenesi, ma di andare verso Desenzano. Peccato che, appena finita la discesa (ripidissima e pericolosissima – solo dei pazzi possono pensare, secondo me, di fare arrivare la ciclabile in un punto così ripido e pieno zeppo di dissuasori della velocità in cemento messi in parallelo) – i cartelli della ciclabile svaniscano nel nulla. Noi evidentemente sbagliamo perché seguiamo le indicazioni “lago” a sinistra, per poi giungere sulla provinciale alberata, che riconosco essere dopo Desenzano, in direzione Salò. Quindi giriamo le bici, raggiungo a piedi un semaforo con il bottone per i pedoni, attendo il rosso per le auto e attraversiamo, senza farci spianare. Dopo un paio di chilometri, sempre seguendo la provinciale, entriamo a Desenzano.

desenzano
Le nuvole si sono dipanate. Il sole è pallido, ma la luce è meravigliosa. Ci sono molte persone per la passeggiatina del sabato. Sembra di essere lontano anni luce da Brescia. Facciamo un giretto nel centro e poi ci fermiamo a fotografare il porticciolo. Lontano vedo un piccolo faro. E non posso non ripensare a  Virginia Woolf e al suo “to the lighthouse”. Ma è tempo di andare. desenzano

Osservando il lago, si distingue chiaramente la penisola di Sirmione e scopro che mio marito non è mai stato nemmeno lì. E allora, cambiamo definitivamente il nostro programma, e andiamo verso Sirmione.

Castello di SirmioneE’ bellissima. Piena di turisti stranieri, manco fosse Venezia in piena estate. Sono tutti accalcati all’entrata del castello scaligero, unico punto di accesso al paese. All’interno, tra le viuzze strette, un paio di vigili cercano, invano, di far defluire la folla e far transitare le auto che qui passano a mala pena. (possono circolare solo i residenti e gli ospiti degli alberghi). E’ impossibile, però, non soffermarsi a testa in su ad osservare le mura e le torri con la merlatura a coda di rondine, che ospitano gabbiani in cerca di riposo.

sirmioneCi facciamo strada tra la gente, cercando di non cadere dalla bici e ci fermiamo a fare qualche fotografia. Questo castello è affascinante. Trovo che abbia qualcosa di sinistro. Quando tornerò a casa, nel pomeriggio, scoprirò una leggenda ad esso legata:

“ Nel castello tanto tempo fa viveva una felice coppia di sposi: la bellissima Arice e Ebengardo. Durante una notte buia e tempestosa, un uomo bussò alla porta del castello in cerca di riparo. I giovani innamorati lo accolsero con piacere. Si trattava di Elalberto, marchese di Feltrino. Ammaliato dalla bellezza di Arice, durante la stessa notte, Elalberto entrò furtivamente nella sua stanza con l’intento di approfittare di lei. Arice cercò di difendesi strenuamente e le sue urla disperate richiamarono l’attenzione del marito Ebengardo. Quando, poi, arrivò, allarmato, nella stanza della moglie la trovò morta, pugnalata dalla furia di Elalberto. Dopo una violenta colluttazione, Elalberto muore trafitto dal suo stesso pugnale e da quel giorno il fantasma di Ebengardo vaga per il castello , condannato a rimanere tra i viventi, separato da lei.”

 sirmione-torri-merlate

Continuiamo a pedalare fino alle grotte di Catullo, senza però arrivare al cancello d’entrata perché il manto è fatto di ghiaia e non sarebbe il massimo bucare le gomme così lontano da casa.

Ricordo che l’ultima volta che fui a Sirmione, stavo studiando in Francia per l’Erasmus e venni in Italia con alcuni amici, come turista. Pazzesco che siano passati quasi 20 anni.

Il tempo vola davvero! Per via di tempo, è già mezzogiorno e noi dobbiamo tornare, abbiamo già fatto quasi 50 chilometri! Sulla via del ritorno, appena lasciata Sirmione alle spalle, scorgo la torre di San Martino e Solferino e siccome i cartelli indicano solo 3 km di distanza, penso che non sarebbe male fare una capatina anche lì. Andiamo in quella direzione e ci perdiamo. Poi, nonostante mio marito, come tutti gli uomini, non voglia chiedere indicazioni stradali per principio (non si sa quale sia questo principio, per altro!) fermo un signore e gli chiedo dove si vada per la torre. Alla fine, riusciamo ad arrivare. Nel giungere alla torre, dico a mio marito che a destra si trova l’ossario. Mi dice che non ha capito. Inizio a spiegargli, ma già a sentire le parole “teschi” e “scheletri”, vedo che cambia espressione e mi dice: “lascia stare, dai, andiamo avanti”.

san-martinoalbero

Ci fermiamo un attimo a fare alcune foto alla torre e poi cerchiamo la via del ritorno. Questa caccia al tesoro per la via del ritorno dura un’infinità di tempo.

A questo proposito vorrei dire a quei geni che hanno messo i cartelli “ciclovia del Garda”, che mettere cartelli con un pallino rosso e uno verde e frecce varie, NON SERVE ASSOLUTAMENTE A UN BEL NIENTE! Perché non è che uno sa a cosa corrisponda il minchia di pallino rosso o quello verde! Prendete esempio dai cartelli delle piste ciclabili, i cartelli marroni per intendersi! Quelli hanno il nome della destinazione e i chilometri che mancano per arrivarci. Non mi sembra che ci voglia un genio della navigazione satellitare per arrivarci!

 Ci affidiamo a google maps, ma il mio telefonino dopo 5 minuti si scarica. Alla fine andiamo a “naso”. Passiamo alcune colline moreniche. Paesaggio stupendo, ma dopo che hai bevuto solo un caffè alle 9 del mattino, hai pedalato 60 km, hai freddo e fame, la salita non è esattamente quello che vorresti affrontare. Finalmente troviamo il centro commerciale Leone alla nostra sinistra e quindi capiamo di essere, se non altro, nella direzione giusta, verso Brescia. In centro al paese incontriamo una signora che, vedendoci in difficoltà ci chiede “do-ve do-ve-te an-da-re?” piano piano, scandendo bene le sillabe, forse scambiandoci per stranieri; del resto questo è un classico della mia vita e non ho mai capito il perché. Mio marito fa finta di niente, come se fosse estraneo alla cosa, perché, come ben sapete, questo è uno dei pilastri della saggezza della bici secondo mio marito. Io, ovviamente, invece, apprezzo l’aiuto e le rispondo “a Brescia”. Allora la signora, cambia atteggiamento e sfodera tutta la sua brescianità “pota ma alura l’è facil fess, ta podet mia sbaglià! Gira de che – indicando la strada dietro di lei – e po’ va aanti, gira a destro, e po va semper semper dritta che edaret che riet a Bresà!” Ringrazio. Mio marito annuisce e mi sembra che accenni un grazie e partiamo. Sto morendo dalla fame e dai crampi ai piedi. Seguiamo le indicazioni della signora, vado velocissima perché non vedo l’ora di arrivare a casa. Mio marito mi raggiunge e mi chiede, con il suo aplomb inglese: “scusa amore, ma…ti hanno messo il peperoncino sul culo?” Non riesco a smettere di ridere.

Passiamo Mazzano, Rezzato, entriamo a Brescia e finalmente arriviamo nel garage di casa. Scendo dalla bici, tolgo la borraccia, ormai vuota e stacco il Garmin, salvando la corsa. Abbiamo fatto 92 chilometri. Sono veramente distrutta.

Entro in casa, le mie bambine mi corrono incontro a braccia aperte e mi chiedono “mamma, finalmente sei arrivata! Adesso giochi con noi?”. 🙂

percorso

60 km di gioia e un PS per mio marito

percorso bici -171013(English version here)

L’altra sera sono andata a dormire con un desiderio pazzesco di andare in bici. Solitamente al mattino, con la stessa intensità, trovo qualsiasi scusa perché questo desiderio svanisca. Invece ieri mattina, mi sono svegliata alle 7 meno dieci arzillissima, nonostante la mia bambina piccola, come al solito non ci avesse lasciato dormire, e in men che non si dica ero pronta per uscire con la mia bici.

Ho preparato la mia bambina grande per la scuola e siamo partite. Lei a piedi e io con la mia Pinarello Dogma 2 e con lo zaino di scuola delle Winx sulle spalle.

Arrivata a scuola, mia figlia ha voluto che , dal portone, aspettassi che salisse in classe con tutti i suoi compagni, per mandarle il bacio. Mi sentivo leggerissimamente a disagio, tra gli altri genitori vestiti in modo consono, e io con la mia tutina fasciante che non nasconde, anzi esalta, ogni cm2 di grasso, ma alla fine ho pensato “machemmefrega?” e così sono rimasta sul portone di entrata, tenendo la bici in piedi per il manubrio, con le mie scarpe coi tacchetti, il casco e gli occhiali da sole…la nota positiva è che nonostante il mio aspetto, i bambini non si sono spaventati! Anzi, mi sembrano divertiti!

Poi sono partita per un giretto in solitaria ed è stato bellissimo.

gavardinaMi rendo conto che sembro ripetitiva. Nel senso che ogni qual volta io scriva circa un mio giro in bici, dico che è stato bellissimo. Ma davvero è così! Ci sono uscite che non mi esaltano, tipo quella sul lago d’Iseo, ma in linea di massima, potrei fare lo stesso percorso 100 volte e ogni singola volta scoprirei qualcosa di nuovo, non necessariamente intorno a me, magari anche dentro di me. E mentre pedalo, sorrido. Poi mi rendo conto che sto sorridendo e allora mi scappa una risata. Sì, lo riconosco, sembro pazza, ma se non andate in bici, non potete capire…

mulino

Mentre percorro la Gavardina, io saluto gli alberi, il fiume e via dicendo (mi fermo qui, perché capisco che sembro pazza) e, come ho avuto già modo di scrivere, io mi sento ricambiata.

Naviglio Grande di BresciaIncontro, nella mia direzione e in quella opposta, altri “pedalatori” del mattino, di diverse specie…anziani che nonostante l’età sono ancora sulla bici da corsa e che, di norma, ci rimangono malissimo se li superi e a costo di un colpo apoplettico, ti DEVONO ri-superare per dimostrare a se stessi di farcela ancora.. nonni che usano la ciclabile per far fare la passeggiatina ai nipotini in carrozzella e che ogni tre passi si fermano per controllare se il bambino stia bene…signore di una certa età che fanno il jogging mattutino e che chiacchierano fitto fitto tra di loro…coppie di stranieri che fanno cicloturismo e hanno le bici, immagino strapesanti, stracolme di bagagli e ciononostante sembrano sempre felici e soddisfatti…e tutti, bene o male, si scambiano un cenno di saluto, un fugace cenno del capo, un formale “buongiorno” o, più spesso, un “ciao”.   E’ un saluto che non costa niente, e che fa piacere. O per lo meno a me fa molto piacere. Tutte le volte che mi capita, ho come l’impressione di essere in un non luogo parallelo al mondo “normale”, dove tutti sono gentili, dove anche se per un nanosecondo, tutti sono amici.

Come ho scritto sulla mia pagina di Facebook, la bici fa davvero bene, al cuore e all’anima.

PS per mio marito: come puoi vedere nel giro del ritorno da Gavardo a casa ho fatto una media per me altissima. SAPPI CHE FOSS’NCHE TRA 5 ANNI, PRIMA O POI RIUSCIRO’ A FARE I TUOI TEMPI! Intanto…sto in scia.

laps

Brescia-Castenedolo-Bedizzole–Padenghe–Soiano–Gavardo–Botticino–Brescia

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Sabato 12 ottobre: bellissimo giro in bici Brescia- Castenedolo-  Bedizzole – Padenghe – Soiano – Gavardo – Botticino – Brescia

 percorso – Brescia – Castenedolo – Padenghe — Soiano – Gavardo – Brescia

Prima di partire do un occhio a ilmeteo.it detto anche, da me, “pessimismo cosmico”, che promette,immancabilmente, acqua su acqua dalle 11.

Io di norma dormo 5/6 ore. Stanotte, invece, credo per l’unica volta in questo millennio,  ho dormito nove ore e, inspiegabilmente, sono di-strut- ta!  Vado sul terrazzo e guardo in su. Cosa che faccio tutte le mattine e come tutte le mattine, mi rendo conto che non posso vedere il cielo, visto che c’è il tendone. Ma, pur di trovare una scusa plausibile per non andare in bici, torno in casa e dico a mio marito: “Secondo me sta per piovere”. Non ci casca.

Ci prepariamo.

Ieri  sera mi ha montato delle nuove lenti sugli occhiali da bici. Sono arancioni, vanno bene per il brutto tempo e la nebbia. In effetti è un’idea brillante avere a disposizione delle lenti alternative. Li provo e sto veramente bene: sembro un ricercato per traffico di organi. Bellissima. (vi metto la foto degli occhiali, evitando, però,  l’effetto che hanno su di me) Okley sunglasses with polarized lensA completare Barbamamma collezione autunno/inverno, una giacchetta nuova, che mi ha comprato mio marito (se non era chiaro, è lui che si occupa dell’outfit)…nera (e fin qui ok) con una simpatica banda BIANCA ENORME che va dal collo fino alla fine della cerniera. Una cosina che slancia…le curve.

Metto il dispositivo Garmin sulla bici e schiaccio il tasto che dà il via. Sento che forse ho dimenticato qualcosa, ma funziona, quindi non mi preoccupo.

Partiamo e dico a mio marito che vorrei fare solo 50 chilometri perché ho sonnissimo. Lui risponde “Certo!” e quando dice “certo!”, vuol dire che non va bene.

Andiamo verso la “bassa” bresciana. Mentre pedalo sulla strada di San Zeno  penso che questo sarebbe il posto ideale per un potenziale suicida in bici.  Camion, auto che sfrecciano, pista ciclabile inesistente, un bijou.

Svoltiamo verso Borgosatollo e vedo un cartello arancione che indica “Piffione” – Borgo Antico.  Così scopro che il detto bresciano “Ma va a Pifiù ” si riferisce proprio a questa piccola frazione, che a me, prima d’ora era sconosciuta.

Nel frattempo, si gela. Sono le 10 di mattina e ci sono 7 gradi. Ma può solo scardarsi, no? Certo, ma se tutt’intorno ha nevicato e spira un vento simile alla bora, no, non si scalda tantissimo…per lo meno non ora. E mentre pedalo, mi rendo conto di aver sottovalutato quanto possa essere fastidioso il vento. Però apporta anche un vantaggio: il cielo si sta aprendo ed è un blu intenso, la visuale è a perdita d’occhio. Le montagne di Botticino, in lontananza, sono bellissime. Il marmo chiaro, scavato nella montagna, sembra quasi brillare, per il contrasto col cielo blu e gli alberi verde scuro.  Mentre il mio sguardo si fissa sulle montagne,  penso che sembra proprio che un mega dinosauro ne abbia addentati dei pezzi. ok, lo riconosco…devo smetterla di guardare i cartoni animati con le mie figlie!

Passiamo sopra l’autostrada e ci dirigiamo verso Bedizzole .

Vediamo le indicazioni di un castello e vorremmo vederlo. Lo cerchiamo.  Mio marito gira a destra e OVVIAMENTE non mi aspetta. Arrivo anche io alla curva e mi sembra di scorgere, con la coda dell’occhio, alla mia sinistra, un castello. Ma non ho né il tempo per soffermarmi a vedere bene, né l’occasione di dirlo a mio marito, visto che la strada è in discesa e , ça va sans dire, lui è già in fondo.

Seguiamo la strada che diventa poco più di una stradina di campagna. Non sappiamo dove porti, ma se non altro, non rischiamo ogni minuto di essere spianati. Ci ritroviamo così nel ben mezzo del nulla, e devo ammettere che è un nulla bellissimo. Poche auto, panorama bucolico. Questa piccola via, Strada provinciale 28, ci porta nella località San Tommaso e poi ad un incrocio che conosciamo già e che si ricollega alla ciclabile che va verso il lago di Garda. (via Bagatte)  Mio marito , all’imbocco della strada, si gira verso di me e mi dice: “Vedi dove siamo sbucati? Tutto calcolato!”. Ovviamente è stato un colpo di culo.

Attraversiamo la campagna di Bagatte, PonteZocco e Sedena, per poi arrivare alla località Barcuzzi. Proprio qui, tra l’altro, il 7 di ottobre  hanno inaugurato la Ciclovia del Benaco, un pezzo di ciclabile che porta fino in provincia di Mantova, a Castiglione delle Stiviere. Sarebbe bello farla, ma ho letto che ci sono dei pezzi di strada sterrata, quindi è necessario avere la mountain bike.

Proseguiamo sulla ciclabile, svoltando a sinistra e ci dirigiamo verso il lago. il panorama è davvero mozzafiato. Il cielo è blu intenso e le nuvole sembrano di panna montata. La stanchezza mi sta passando. Certo, se avessi mangiato qualcosa, anziché bere solo un caffè, forse mi sentirei meglio, ma tant’è.

campagna di soiano

Sulla ciclabile verso Barcuzzi - Lago di GardaPassiamo accanto al castello di Padenghe e, salendo a sinistra, il manto stradale non è il massimo per la bici da corsa perché in questi giorni è piovuto ed è un susseguirsi di sassolini e foglie bagnate. Questa è forse la parte che preferisco di questa ciclabile. I campi arati, le colline davanti, le montagne imbiancate sul fondo, verso il lago. Ogni volta è uguale e diverso e ogni volta questo paesaggio mi trasmette tante emozioni. E’ come se questi luoghi mi accogliessero e avvolgessero con la loro energia positiva.  Mi sento libera e felice.

Cartello per SalòLungo via  Levrini,  poi, si gira a destra, seguendo il cartello Salò, qualora si voglia andare verso il lago. All’unico incrocio che c’è, però, non fermateti in mezzo alla stradina perché è leggermente in discesa e non è escluso che qualche ciclista sia costretto a inchiodare per la vostra presenza. Lo dico perché è quello che ho fatto io, fermata per fotografare le nuvole 🙂

Pochi metri dopo, non seguiamo più la ciclabile (che andrebbe a sinistra in un boschetto) perché sicuramente sarebbe piena di aghi e sassi. Quindi proviamo una strada nuova e proseguiamo dritto, in via Fienile. Poco dopo, la strada  va a ricongiungersi con la provinciale 25. La vista sul lago è meravigliosa. Oggi è talmente limpido che si vede distintamente la penisola di Sirmione. E’ uno spettacolo.vista da padenghe su sirmione

Saliamo verso Soiano.  Anche da qui si vede il lago ed è meraviglioso. Ci fermiamo tutti e due a contemplarlo. Sembra di essere in un luogo incantato.

Il sole è caldo, le nuvole “hanno girato” e grazie alle previsioni a caso del meteo. it, come ho scritto, indosso gli occhiali per nebbia e per brutto tempo. Il sole accecante, mi sta distruggendo gli occhi.

Passiamo da Polpenazze e la salita è (per me)  pesantissima…, basti dire che un ragazzo che sta facendo jogging MI SUPERA… e nel passarmi accanto si gira e mi  fa: “l’è dùra la salida, né?!.” .

Poi, finalmente, la discesa! Posso così rinfrescarmi il viso con un po’ di aria fresca!  Passiamo da Castrezzone e Muscoline e a questo punto, dopo 60 chilometri, ho una fame tale che potrei pensare di mangiare mio marito. E’ il caso che ci fermiamo al bar, a Gavardo.

 Dopo la sosta al bar, mi fermo un secondo a fotografare il fiume

Per fare un toast passa un tempo lunghissimo…e così, all’ombra ci congeliamo. Ripartiamo. Prendiamo la ciclabile nel posto in cui inizia, dove, per arrivarci, lo ricordo sempre, E’ VIETATO ANDARE IN BICI, e è necessario portarla a mano.  (evito di commentare)

La gavardina oggi è meravigliosa.  L’ho fatta tante, tantissime volte, ma non è mai stata come oggi. Sarà questa luce meravigliosa, le nuvole bianche, o gli occhiali da nebbia (!!!!), ma oggi è magica.

 Vista dal ponticello sul Naviglio Grande di Brescia – ciclabile gavardina“A river seems a magic thing. A magic, moving, living part of the very earth itself.”
Laura Gilpin

Ci fermiamo a fare un po’ di foto e tutti e due siamo rapiti dal panorama.

Ciclabile gavardina Brescia

(Tornata a casa, ho fatto un po’ di ricerche su questo fiume che scorre accanto alla Gavardina. Ero sempre stata convinta che si trattasse del Chiese. In realtà è sì il Chiese, ma solo una ramificazione, infatti qui è chiamato Il Naviglio Grande di Brescia. In fondo alla pagina ci sono dei link che io ho trovato molto interessanti su questo Naviglio)

L'albero che racconta  Sul ponticello sul Naviglio Grande di Brescia - ciclabile gavardina

A Mazzano lasciamo la ciclabile per proseguire sulla statale. Passiamo da Virle, Rezzato,  e poi, come al solito, non ci facciamo mancare la piccola variante nel boschetto, poi Caionvico e finalmente a casa.

Noto che il mio Garmin non mi ha caricato la mappa. Molto bene! Scopro così che quando lo si accende, bisogna aspettare che faccia un beep e esca la scritta GPFIX acquisito, altrimenti non prende la traccia del satellite. (mi sono avvalsa delle mappe di mio marito perché lui sì che aveva atteso la scritta “GPFix acquisito”.

Abbiamo pedalato per quasi quattro ore E mezza. A parte la prima ora, è stato veramente bellissimo. Ogni uscita in bici è unica e mi dà veramente tanta energia. Chilometri fatti oggi: 82,9. Proprio una bella “sgambatina”! 😉

mappa 12 ottobre – Brescia – Castenedolo – Padenghe — Soiano – Gavardo – Bresciariepilogo 12 ottobre - Brescia - Castenedolo - Padenghe -- Soiano - Gavardo - Brescia

Note turistiche:

Il Naviglio Grande
http://www.silvanodanesi.info/?page_id=188
http://www.lombardiabeniculturali.it/dolly/oggetti/443/bookreader/#page/1/mode/2up

Castello di Bedizzole:
http://www.5castellibedizzole.it/5castelli/note%20castelli/castbed.html
http://www.mondimedievali.net/castelli/lombardia/brescia/bedizzole.htm
http://www.bresciainvetrina.it/bresciaturismo/bassabresciana_bedizzole.htm

Castello di Padenghe
http://it.wikipedia.org/wiki/Castello_di_Padenghe

Museo archeologico di Gavardo
http://www.comune.gavardo.bs.it/museoarcheologico

Museo della Moda – Ciliverghe di Mazzano
http://www.museimazzucchelli.it/

Gira la ruota…100!!!!!!!!!!! Giro del Lago d’Iseo da Brescia

Gira la ruota, gira la ruota…100 100 100 100! 100!!!! Anzi per la precisione: gira la ruota della bici e 117 km! Sono veramente gasata della mia performance odierna!

100! 100! 100!

100! 100! 100! 117 km in una uscita! Oh yes!

Un passo indietro…ieri sera sono stata fino alle 2 AM a sistemare le foto di prime pedalate per Instagram, poi quando, sotto le coperte,  mi sono svegliata all’improvviso col cellulare in mano, ho capito che era ora di dormire, ascoltando la solita orchestra da camera: il suono melodioso del russare di mio marito. Alle 3 si sveglia mia figlia più grande, per il raffreddore: sangue dal naso. Molto bene.… Comincio ad avere il sospetto che sarà una notte lunga e tempestosa. Alle 3 e mezza torno a dormire. Mio marito, imperterrito, russa. Alle 4 si sveglia, piangendo, la piccola. E va avanti a piangere fino alle 5 e mezza. Prima ci accampiamo sul divano, in salotto, l’una accanto all’altra, con la copertina di Winnie the Pooh. Comodissima.…poi alle 6, quando ero riuscita, finalmente, a trovare la combinazione di Tetris perfetta, con un braccio sotto il suo cuscino e l’altro appoggiato al tavolino rosa dell’Ikea, che ormai campeggia nel nostro salotto, lei si sveglia e vuole andare nel lettone. Molto bene. Diciamo che se fosse stata una notte lunga e tempestosa, forse, sarebbe andata meglio.

Alle 8 la happy family è già attiva. Quando apro gli occhi e realizzo che è sabato e che ho promesso a mio marito che andrò con lui a fare il giro del lago d’Iseo, li richiudo, stringendoli fortissimamente, sperando che si tratti solo di un bruttissimo incubo.  Ma no. Mi tocca andare. Ho promesso a me stessa che oggi, per la prima volta nella mia vita, farò 100 chilometri in bici e ho promesso a lui che ce la farò. E io non voglio deludere lui, ma soprattutto me. Mi faccio il caffè e, nel rincoglionimento totale, mi dimentico di mettere lo zucchero e è talmente orribile, che all’improvviso, mi sveglio. Mio marito mi dice: “però che bello che finalmente tutte e due le bambine hanno dormito tranquille questa notte”.

Poi toglie dal frigo la sua colazione, che si prepara sempre, accuratamente la sera prima.

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Già dalla foto si evince quale dei due sia lo sportivo di casa nostra.

 Ci metto i canonici 5 minuti abbondanti per mettermi le lenti a contatto e mentre cerco di centrare l’occhio penso: “ma chi cazzo me lo fa fare, quando potrei tornare a letto o svaccarmi sul divano in pigiama?” ma è ora d’andare. Mi vesto, as usual, di nero, mi guardo allo specchio e, come sempre, sembro quella bellissima figa di Barbamamma, ma tant’è. Scendo in garage, con le mie scarpette coi ganci, che mi slanciano una cifra… appoggio la mano sulla bici, la passo sulla sella e mi ritrovo a dire “Ma ciaooooooooo!” .

HO PARLATO CON LA MIA BICI.

Lo giuro. Le ho dato il buongiorno e le ho detto che mi è mancata, e mi scuso per essere uscita, in settimana, con la mountain bike. La cosa più drammatica è che ho realizzato che questo non è normale, solo quando ho raccontato il fatto a una persona che ha commentato un mio post qui sul blog.

Partiamo da casa, direzione lago di Iseo. Il cielo è uggioso. Affianco mio marito e gli chiedo “ma non è che pioverà?”. Si tocca i maroni e poi mi risponde “no. Il tempo può solo migliorare”. Ok. Attraversiamo il centro di Brescia, che al sabato mattina, con il mercato, è ancora più bello del solito. Prendiamo Via Volturno e penso “sono una pazza, incosciente. Per una volta nella mia vita avrei potuto fare colazione, intendo una colazione decente, non solo il caffè, per di più amaro. Non ce la farò mai. Le gambe mi fanno già male, le sento pesanti, ho il solito formicolio al ginocchio sinistro. Ho sonno, ho fame, voglio tornare a casa!”. Mio marito si gira e mi chiede “tutto bene cucciolo?” Io sfodero il migliore dei sorrisi di circostanza “benissimo, amore!”

Attraversiamo Gussago e  Rodengo Saiano, poi svoltiamo a destra e saliamo verso Ome. Arrivati in cima, giro lo sguardo a sinistra come in cerca di qualcosa e vedo, tra il verde della Franciacorta, quella che era la casa di campagna di una mia cara amica che oggi non c’è più e mi pervade una tristezza infinita. Circondata dai vigneti, sono pervasa da ricordi, sopraffatta da riflessioni e pensieri, allora guardo il cielo in cerca di conforto ed è sempre plumbeo. E’ triste anche lui.

Passiamo accanto alle torbiere e arriviamo finalmente a Iseo, dove si comincia ad intravedere il lago. Continuiamo sulla strada che già avevo fatto la settimana scorsa, attraversiamo Paratico e, oltre al ponte, siamo a Sarnico, ormai in terra bergamasca. Già la settimana scorsa essere arrivata fino a qui mi pareva tanto. Se adesso mi soffermo a pensare che è proprio qui che inizio il giro del lago, mi viene da spararmi, quindi dico a me stessa che sarà facilissimo. E ho un potere di persuasione altissimo, perché ci credo!!!

Seguiamo un pezzo di ciclabile sul lungolago, che mi piace da morire. Il lago lì ha qualcosa di magico.

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Subito dopo lasciamo il lungolago e seguiamo la strada che lo costeggia appena più in alto. Mio marito mi aveva detto che lungo questo tragitto aveva visto degli alberi stranissimi e quando li vedo anche io, stento a crederci! E’ come se la radici crescano all’insù! Pittoresche, ma allo stesso tempo, le trovo molto inquietanti. Le foto non sono il massimo, ma la scelta era farle così o piazzarmi in mezzo alla statale ed essere spianata. Ho optato per la soluzione numero 1.

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Attraversiamo un paio di gallerie e sopravvivo alla paura solo per miracolo. Mio marito mi lascia andare avanti, ma mi sento in colpa perché stare dietro è molto più pericoloso. Lo amo anche per questi piccoli grandi gesti. Passa una moto e il rombo del motore fa un frastuono allucinante. Sento che le gambe mi tremano dalla paura. Non posso nemmeno chiudere gli occhi, altrimenti mi schianto. Incomincio a contare le pedalate per cercare di capire quanti metri possano mancare alla fine. Non ho messo le lenti fotocromatiche (anche perchè , vedendole nella scatola della Okley mi ero sempre chiesta a cosa servissero…da ciò si evince che è mio marito che si occupa minuziosamente del mio equipaggiamento. Fosse per me sarei ancora a quelli della Siura Pina) Ad ogni modo, le gallerie sono un vero incubo per me! Arriviamo a Tavernole bergamasca, da cui già si vede Montisola, che io, che abito a pochi chilometri di distanza, a 41 anni, non avevo mai visto!

Ad un certo punto sento che le gambe non vanno più, mio marito è ormai un puntino moltooooooooo lontano da me. Guardo l’altimetria sul mio Garmin e vedo che, in effetti, la strada è in salita. Una salita minima, ma si vede che i 40 km che ho già fatto, si sentono. E mi chiedo come farò a farne ancora un’ottantina…meglio non pensarci.

 Riva di Solto, Zù, passiamo attraverso il suggestivi Orridi di Castro e io comincio ad avere delle visioni… penso che sia arrivato il momento di mangiare una barretta energetica (fa mooooooooolto atleta!). Ovviamente la barretta l’ho scelta a caso al supermercato, è della Enervit, al magnesio o qualcosa del genere e, inaspettatamente è buonissima!

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Ripartiamo e sento che sto riacquistando  le energie.

Ecco che mando un bacio al mio fotografo, mio marito.

Ecco che mando un bacio al mio fotografo, mio marito.

Arriviamo e superiamo Lovere per giungere, di nuovo in territorio bresciano, a Pisogne. Decidiamo di fermarci per un caffè.

Nel mio immaginario Pisogne era un posto lontanissimo dove, alle elementari mi portavano a castagne. E oggi, invece, scopro che è un paese affascinante, un piccolo borgo antico con un campanile bellissimo. (la foto è orrenda, ma, credetemi sulla parola)

pisogne

Così, una volta a casa, mi informo e scopro che la chiesta di Santa Maria della Neve, in centro al paese, ospita degli affreschi del Romanino. (qui trovate delle info)

Appena stiamo per attraversare il passaggio a livello, si abbassano le sbarre e , una vita dopo, arriva il treno. Che emozione! Si chiama treno dei sapori e, attraverso i finestrini, vedo tantissime persone sedute a pranzare. Pensa! Non lo conoscevo. (Se volete saperne di più, ho trovato questo sito.) Io sto morendo di fame, by the way.

Treno dei sapori, a Pisogne (BS)

Treno dei sapori, a Pisogne (BS)

In un bar sul lungolago, bevo, cioè assaggio, la Coca Cola alla spina più schifosa del mondo, una sorta di Spuma e Chinotto, davvero imbevibile! Mentre mio marito beve il suo cappuccino insieme alla mia Coca Cola, vado (molto agilmente…con le mie fantastiche scarpette con le tacchette e sempre vestita da Barbamamma, rigorosamente col casco perché mi dimentico sempre di toglierlo), a fotografare il porticciolo.

Porticciolo di Pisogne

Porticciolo di Pisogne

(ho pubblicato questa foto qui sopra ieri sull’account che ho creato due giorni fa su Instagram. Bene, dopo 10 minuti una tizia l’ha copia e spiacciata per sua, senza nemmeno avere l’accortezza e l’intelligenta di usare degli hashtag diversi dai miei. Che pena!)

Mega girandole sul porticciolo di Pisogne

Mega girandole sul porticciolo di Pisogne

Ora, io non vorrei essere spudoratamente di parte, ma sulla sponda bergamasca il tempo era nuvoloso, il lago sembrava “spento”, ora sta per uscire il sole. I pochi raggi che filtrano, si posano sulle barchette ormeggiate nel piccolo porto, sulla cui passerella sono piazzate tre girandole giganti colorate. Mi sembra all’improvviso di essere in un non luogo, in pace con me stessa. Ecco questa sensazione dura un nanosecondo perché è già tempo di andare.

Sto per ripartire e mi chiama Cristina, la donna bionica. Quando le dico che abbiamo fatto 60 km e che ce ne mancano altrettanti mi dice “:casso, Ari, allora sei già alla fine!” “no, Cristina” dico io, sono a metà! Lei incalza: “no, ma guarda che una volta che giri il culo per tornare, il più è fatto, ormai è come se tu fossi già a casa!”. Io non so che potere lei abbia, ma così come a metà della salita della Maddalena, quando ancora mancano 5 chilometri di salita che non molla mai, io ormai, dopo le sue parole, mi sento già in cima, anche adesso penso davvero che ce la farò tranquillamente, perché sono a metà!

Lasciata Pisogne alle spalle, si prende una ciclabile fantastica, che però è praticamente impossibile da vedere!!! A Vello, io stavo per entrare in galleria, quando, per fortuna, mio marito che era dietro di me (Sìììììììììììììììì!!! Era proprio DIETRO!!!) mi ha urlato di girare a destra, in una suggestiva piccola galleria riservata alle bici (suggestiva, ma per me, che soffro di claustrofobia, è, comunque un incubo. Un incubo suggestivo, ma un incubo!).

Vello

Vello

Da qui la ciclabile è una figata vera! È la vecchia strada, che è stata riaperta alle bici solo da poco, dopo 3 anni di chiusura, per frane. Mio marito mi ha detto che di domenica e, comunque, nella stagione estiva, si va pianissimo perché è piena di gente. Oggi non c’è nessuno, a parte il rumore del vento e delle onde del lago. Poesia pura.

"il marito"

“il marito”. Le rare volte che era dietro di me, lo fotografavo, per sottolinare il fatto!

A Toline questa magnifica strada finisce e si torna sulla provinciale. Si attraversano Marone, Sale Marasino e Sulzano. Mentre attraverso una piazza di Sulzano leggo su uno striscione sopra alla mia testa “SAGRA DEL CINGHIALE” e ringrazio Dio di essermi messa, nonostante i 21 gradi di oggi, i pantaloni lunghi. Con la mole e le gambe che urlano “ceretta, pleaseeeeeeeeeeeeee!” avrei rischiato di essere presa come testimonial! (qui trovate il calendario delle feste e sagre della Franciacorta)

Vista della sponda bergamasca, da quella bresciana

Vista della sponda bergamasca, da quella bresciana

Passiamo da Pilzone e i miei ricordi vanno indietro nel tempo. Un milione di anni fa ero proprio venuta nel piccolo porticciolo di Pilzone per girare un servizio. Il dramma è che non mi ricordo quale fosse l’argomento e sento che sto veramente perdendo i colpi.

Stiamo per entrare a Iseo quando davanti a me, in bicicletta si palesano i BEE GEES. Non ci posso credere! Da dietro: uguali!!! Li sorpasso e rimango senza parole! Sono due signore, sulla settantina, vestite da gara: maglietta e pantaloncini da super competizione ciclistica, con tanto di guantini a mezze dita, occhialoni anni 70 original e davanti a loro un personal trainer!! Mi-ti-che!!!

Io adoroooooooooooo andare in bici!

Intanto continuo ad osservare il mio Garmin. Non sono mai arrivata a 100 chilometri e prego il Signore di non bucare: non è mai successo in vita mai e non vorrei capitasse adesso, alla soglia del mio sogno. Allora incomincio a pensare: “se buco, la spingo a piedi finché non tocco i 100 chilometri, a costo di togliermi le scarpe per non rovinare le tacchette” e mi rendo conto che una vena di follia ha preso la residenza definitiva dentro di me.

A Iseo mio marito, tra il serio e il faceto, si gira (sì, si gira perché non mi ha più lasciata davanti…era stato un caso…) verso di me, indica a sinistra e mi chiede: “vuoi fare Polaveno?” mi limito a rispondere “va’, amore, va’!”

Ripassiamo da Ome. In quel preciso momento il mio Garmin mi segna che ho fatto 100 chilometri. Mi fermo per “festeggiare” e estraggo dalla mia tasca posteriore quello che uno mai si aspetterebbe:

Super poteri : a me!!!!!!!!!!!!

Super poteri : a me!!!!!!!!!!!!

 una fantastica barretta ai cereali e mele della Hipp, adatta ai bambini da 1 a 3 anni. Sarà che ero tutta galvanizzata, ma mi sembra mi abbia dato energia!

A Gussago ci siamo fermati per rinfrescarci alla fontanella e poi via verso casa. A Cellatica do veramente il meglio di me. Faccio 2 chilometri a 37 all’ora e stacco di brutto mio marito (super esaltata!). Appena inizia la salita della Fantasina, io annaspo e mio marito mi supera “a canna”, si gira e mi lancia uno sguardo accompagnato da un sorrisetto che mi hanno spezzato definitivamente le gambe.

Arriviamo a casa dopo quasi sei ore, e 5 ore e 10 di pedalata effettiva. Non sono stanca, certo non sono fresca come una rosa, ma davvero, non è stato difficile. Mi aspettavo di più. Più emozioni, più carica, paradossalmente anche più fatica.

Ho iniziato (anzi ri-iniziato) ad andare in bici a fine aprile, facendo, la prima volta 15 chilometri. Ad oggi ne ho fatti oltre 1600. Mai nella mia vita ne avevo macinati 100 in una sola uscita. Era il mio sogno. E, con impegno, costanza e sudore sono arrivata a oggi. Ma forse aveva proprio ragione Leopardi. O per lo meno, questo è stato il mio sabato del villaggio.

Ecco il mio percorso, casa-giro del lago d'Iseo-casa.

Ecco il mio percorso, casa-giro del lago d’Iseo-casa.

Prossima meta: 150km in un’uscita.

Brescia – Gavardo – Brescia con Dora l’esploratrice

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Troppi episodi di Dora l’Esploratrice fanno male!

Oggi, per la prima volta, sono io che “insegno” (le virgolette sono super d’obbligo) la bicicletta ad una mia amica. Monica vuole iniziare a pedalare. Abbiamo fatto qualche escursione due estati fa in Austria, con la bici a pedalata assistita e domenica scorsa è andata con suo marito sulla ciclabile della Franciacorta. Sa, e so, che presto si appassionerà. Mi ha chiesto se avessi voglia di andare insieme a lei e io sono certa che saprò trasmetterle l’amore e la passione che coltivo per questo magnifico sport.

Mi sembra quasi impossibile che oggi, proprio io che anni fa odiavo che mio marito al week end mi “mollasse” per la bici, oggi sia qui a spiegare a qualcun altro perché amo visceralmente la bicicletta, ma tant’è. Per me la bici rappresenta un’infinità di cose, una trasmette una marea di emozioni positive e ogni volta che ci salgo so che sarà speciale. E così è. Da sola, cosa che prediligo in assoluto, o in compagnia, la bici mi dà sempre qualcosa, e io in cambio, do il mio impegno, la mia fatica. Come ho già avuto modo di scrivere, stare in bici mi fa sentire un tutt’uno con la natura che mi circonda, sento di farne parte e di essere ricambiata. Mi capita di sorridere tantissimo in bicicletta. Apparentemente senza motivo. In realtà, perché sono felice. Sono riconoscente di poter andare in bici, di poter assaporare ogni singolo momento, da sola, seduta in sella, con le mani sul manubrio, guardo il cielo, le nuvole o il sole accecante, i campi arati attorno a me, gli uccellini appollaiati sui fili della corrente…le rondini che in gruppo volano in cielo, i papaveri rossi in campi verdi che sembrano infiniti, e ancora…il lago visto dall’alto che sembra un dipinto…adoro passare nelle strade di campagna, con casolari sparsi qua e là dove, almeno da lontano, sembra che il tempo si sia fermato e la mia memoria torna a quand’ero piccola e mio zio Cili mi portava, in piedi, sul suo motorino e andavamo in quella che allora era aperta campagna e oggi è prima periferia, a vedere i conigli!

Monica ed io ci dobbiamo incontrare alle 9 e un quarto a Sant’Eufemia, così io riesco a portare mia figlia grande a scuola, alle 8, torno a casa, mi cambio, preparo l’occorrente , gonfio le ruote e raggiungo lei, che, a sua volta, ma alle 9, porta sua figlia a scuola e, con la bici nel bagagliaio, parcheggia e mi aspetta pronta in sella. Cioè questo era il piano originale con calcolo dei tempi al nanosecondo. Ma…appena ho finito di gonfiare le ruote della bici, compito che di norma è affidato a mio marito il quale non si fida che me ne occupi io, controllo se ho tutto…Garmin acceso e al suo posto, sopra al manubrio ok, telefono connesso al Garmin ok, borraccia piena, ok, (anche la borraccia di norma la prepara mio marito, perchè non si fida…) casco in testa ok, mantellina e apri cancello nella tasca posteriore: ok. Sto per partire, con un paio di minuti di ritardo, ma noooo! mi suona il telefono, che avevo appena posizionato sotto alla mantellina. E’ Monica, che mi sta aspettando. “Scusa, non è che mi porteresti una maglia a maniche lunghe per favore?” io rimango un po’ interdetta dalla domanda, non solo perché ci sono 23 gradi, ma perché la sto raggiungendo in bici, dove potrei mettere mai una maglietta?  Lei continua “no, perchè ho il giubbino e una maglia ma è a mezze maniche”. (il giubbino????? io sto per partire con una maglietta a mezze maniche e null’altro nè sopra nè sotto!) mi limito a risponderle: “Monica, vuoi che ti vengano le rane sotto le ascelle?” ok, l’ho convinta. Non le porto la maglia e capisco che c’è da lavorare sul concetto di leggerezza, fondamentale per la bici visto che va a pedali e quei pedali li devi spingere tu, e soprattutto sull’equipaggiamento BASE di Monica!

Arrivo con cinque minuti di ritardo, anche perché non avevo calcolato che sarei uscita con la montain bike e non con la bici da corsa, con la quale vado più veloce. Arrivo al parcheggio, non la vedo e poi sento che mi chiama. La trovo seduta su un muretto, e indossa la tuta la ginnastica. “Ma come? non sei pronta?” Le chiedo stupita dopo che da casa mia a Sant’Eufemia ho fatto la media dei 22/h per essere puntuale!  Dice che non aveva trovato parcheggio…e intanto io mi domando perché mai si sia messa la tuta la ginnastica sopra ai pantaloni da bici…ma sorvolo. Poi vedo (ORRORE!) uno zainetto fucsia e il mio pensiero rifiuta che possa pensare di portarlo con sè. Mentre sto riflettendo tra me e me, e mi sto chiedendo se lo zainetto UGUALE IDENTICO A QUELLO DI DORA L’ESPLORATRICE verrà riposto in auto, la mia amica mi guarda e mi fa: “ho preso lo zainetto perché così mi porto un po’ i cose”. Ma, di grazia, cosa mai potrebbe portarsi nello zainetto alle nove del mattino per andare su una PISTA CICLABILE A UNA MANCIATA DI CHILOMETRI DA CASA????? Neanche la mappa di Dora potrebbe, quindi, essere necessaria!  Ed ecco la risposta che non ti aspetti :”LA BORRACCIA”  Ora, a meno che abbia una tanica, francamente, uno zaino per una borraccia mi sembra quell’attimo esagerato. Solo dopo una decina di chilometri scoprirò che ha con sè una borraccia DA MONTAGNA!!!! cioè quelle proprio da escursionismo, in alluminio, pesante, e con tanto di tappo che si svita!!!. Se prima avevo il sospetto ora ho la certezza che bisogna lavorare sull’equipaggiamento di Monica. Partiamo. Io la Monica, la sua bici “de Carlo Godega”, che non è nè mountain bike, nè da corsa, e nemmeno city bike, con tanto di ragnatele, e con la sella più rigida del mondo e, ovviamente il suo zaino fucsia.

Attraversiamo Sant’Eufemia (dove ci sono sempre più autobus che macchine, oppure sono io che ho la sfiga di incontrarne sempre una marea), e al semaforo di Caionvico svoltiamo a destra per raggiungere Rezzato. La Monica, alla svolta a sinistra per Rezzato, si ferma per far passare le auto che avanzano dietro di lei (e quando dico le auto intendo: tutte le auto della provinciale avvistabili a vista d’occhio umano) . Bisogna lavorare sul fatto che è più pericolo fermarsi all’improvviso a destra, che sporgere il braccio a sinistra, indicare che si sta per svoltare, e andare. Attraversiamo Rezzato e la lasciamo alle nostre spalle, per arrivare a Virle. Subito dopo la chiesa, attraversiamo la strada (cioè veramente io, che sono dietro, dimentico di dire alla Monica che bisogna svoltare…) e andiamo a prendere la ciclabile. Il cartello è dall’altra parte della strada e indica Salò/Desenzano. E’ marrone, come tutti quelli che indicano la pista ciclabile. Non potete non vederlo.

IMG_2025250913Imbocchiamo, così la ciclabile e proseguiamo fino a Gavardo senza sosta. La Monica vede la scritta “Chiosco” e spera in un caffè, ma no! Regola numero 1: prima di aver fatto almeno 40 chilometri non ci si ferma! Siamo qui per pedalare. Il tempo non è dei migliori, ma è comunque, almeno per me, l’ideale. Nuvoloso e con una leggerissima brezza. Peccato che il cielo sia grigio, altrimenti sarebbe proprio perfetto. Il panorama è comunque, molto piacevole. Il fiume oggi puzza, ma va beh…non si può avere tutto. Visto che questa mattina potevo permettermi di andare piano, mi sono fermata a fotografare qua e là, paesaggio, cartelli stradali e zaino di Monica-Dora-theexplorer compresi.

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“Dove andiamo?” “Sulla ciclabile, con la bici” “Dove andiamo?” “sulla ciclabile” (sottofondo: Dora, Dora, Dora l’esploratriceeeeeeeeeeeeee!”

IMG_2018IMG_2017Arrivate a circa 3 chilometri da Gavardo, per evitare di dover scendere e spingere la bici a mano, visto che alla fine la ciclabile è vietata ai ciclisti (?!?!?!?),  abbiamo svoltato a destra prendendo, così , la strada parallela alla ciclabile, dall’altro lato della tangenziale. Bellissima strada, percorsa da nessuno, che vi consiglio.

IMG_2019 Mentre pedaliamo immerse nel verde, improvvisamente alla Moni viene in mente che sarà utile fare un massaggio dopo tutti questi chilometri e cosa fa? tira fuori il telefono e chiama la palestra!  BISOGNA LAVORARE sulla concentrazione e sull’uso del cell in bici!!!

La cosa si fa lunga e ne approfitto per fare una foto a noi due e per documentare l’uso del cell, a futura memoria!

Monica io e il terzo incomodo

Monica io e il terzo incomodo

All’altezza di Prevalle abbiamo lasciato la strada di campagna, ci siamo immesse sulla provinciale, girato a destra in via Fucine e ripreso la ciclabile. Monica, bardata come se fosse pieno inverno, con giubbino antivento da montagna, zainetto di Dora, con borraccia in alluminio incorporato, scarpe da ginnastica e bici de Carlo Codega, dà i primi segni di stanchezza e mal di sedere, ma tiene botta. Riesce a fare almeno 1 chilometro a 20 all’ora, che, come prima volta e soprattutto col mezzo a disposizione, non è per niente male! Per far andare un po’ la gamba, le propongo di mollare la ciclabile e prendere la provinciale che da Mazzano porta a Virle. E così facciamo. Le dico di attaccarsi alla mia ruota così che possiamo aumentare un pochino la velocità. Raggiungo i 26 all’ora, mi giro e non c’è più. Ok, ho esagerato. Ma Monica non si lamenta. Si vede che le piace! Sono sicura che presto, forse prestissimo, anche lei si innamorerà, come me, della bici. Entriamo a Virle verso Rezzato, dove la ciclabile va contromano. Giuro. Già la strada è piccola, una sola carreggiata, e la ciclabile scorre a destra, nella direzione opposta alle auto. Ora, già a Brescia se vai in bici, di norma, l’automobilista bresciano ti odia. Così, a prescindere da tutto. Se poi ti vede arrivare “al contrario”, ti va di culo se non prende la mira per centrarti in pieno. Arriviamo quasi in centro a Rezzato e un simpatico coglione, non curante minimante del fatto che noi stiamo passando in bici, cosa fa? Parcheggia il camioncino delle consegne SULLA CICLABILE, a dieci metri da noi che stiamo per arrivare proprio in quel punto e, ovviamente, non possiamo andare nella corsia delle auto in contromano!  io, che nella vita “normale” non litigo praticamente mai con nessuno, un po’ per scelta di vita, un po’ perchè non sono capace di litigare, quando sono in bici e noto la maleducazione degli automobilisti nei confronti dei ciclisti, mi trasformo e do il peggio del peggio del peggio di me. Così non posso esimermi dal mandare affan.. il guidatore del furgoncino, che nella sua lingua, ha ricambiato con altrettanto affetto.

Monica deve essere rimasta allibita dal mio comportamento, ma, ragazzi! questa è una giungla…una lotta per la sopravvvivenza in sella!

Dopo due ore dalla partenza, siamo tornate al parcheggio di Sant’Eufemia. Siamo sorridenti e soddisfatte. Monica è felice.

Mentre lei carica la sua bici in auto, io riparto verso casa con la mia e nel tragitto già penso alla nostra prossima uscita.