2000 chilometri. Ecco perché amo la bici.

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2000KMSabato scorso ho raggiunto la mia meta e l’ho superata: 2000 km in bicicletta, macinati dal 19 di aprile.Sono soddisfatta e felice.

Se mi avessero detto che un giorno mi sarebbe piaciuto andare in bici, non ci avrei mai e poi mai creduto.

La prima volta che andai su una bici da corsa fu una decina di anni fa.

 Da poco il mio fidanzato di allora, e marito di oggi, aveva parcheggiato la sua bici super professional nel mio garage e io, senza pensare alle possibili conseguenze, per riuscire a parcheggiare due auto nel posto di una sola, avevo lasciato il portone aperto e per aperto intendo SPALANCATO.

Va da sé che nel giro di due giorni (sì, l’ho lasciato così per due giorni), la bici sparì. Forever. Ricordo che era una Cannondale, che per la mia conoscenza del mondo bici, avrebbe potuto avere il valore di una Graziella… Non che ora mi intenda di biciclette, ma oggi posso capire cosa possa significare perdere una bicicletta. Se lui non mi ha uccisa, credo lo si debba esclusivamente al fatto che eravamo ancora solo fidanzati. Oggi, molto probabilmente, non lo farebbe, ma ci penserebbe su.

Era da poco venuto a vivere in questa città e il suo unico punto di riferimento, a parte me, era la bici. E per colpa mia, adesso non l’aveva più.

Ciononostante, ci sposammo. Alcuni amici, su leggerissimo suggerimento di mio marito, ci regalarono due biciclette. Proprio durante la festa che seguì la cerimonia del nostro matrimonio lui venne da me e mi disse: “Domani mattina… sorpresa! Ci hanno regalato due mountain bike, le ho già caricate in macchina e andiamo in Toscana!”. Quale gioia immensa…

montalcino-2004

Montalcino 2004

Ricordo distintamente ogni granellino delle strade bianche di Montalcino che mi sembrava non finissero mai, la discesa (e poi la salita) verso l’abbazia di Sant’Antimo …il sole di giugno che rispendeva sulle colline verdi, ma soprattutto, dopo 26 km, ricordo il mio male allucinante al sedere!

Sinceramente pensavo che la mia esperienza in bici, per quanto piacevole (sedere a triangolo a parte), fosse iniziata e finita lì.

Dopo un anno mio marito tornò all’attacco, per portarmi, però, con la bici da corsa. Mi sentivo ancora in colpa per la Cannondale che gli avevano rubato pochi mesi prima  (io vivo con il senso di colpa per tutto, se è per questo) e a questo si aggiunse il piccolo particolare che poco tempo dopo io tornai, come facevo anni prima, a lavorare a Roma, lasciandolo qui da solo durante la settimana. Quindi, va da sé, che mi fu servito su un piatto d’argento un altro senso di colpa.

Et voila. Ecco, forse, è per via del senso di colpa che oggi io vado in bici…

Per dirla tutta io ero follemente gelosa della bici, anzi di “questo ca..o di bici”, come la chiamavo. Non capivo che cosa ci fosse di così bello ad andare in giro e farsi un mazzo così per poi tornare a casa. A volte, in auto, avrei voluto tirarli sotto i ciclisti in mezzo alla strada!

Ad ogni modo, alla proposta di andare con la bici da corsa, non seppi dire di no. Ricordo ancora com’ero vestita il giorno della prova su sella, ricordo come mi sembrava difficile poter anche solo pensare di “governare” il manubrio, curvare, frenare e soprattutto restare in quella posizione assurda, come ripiegata su me stessa. E ricordo il giorno in cui salii per la prima volta sulla mia nuova bici, una Colnago tutta nera.

Nel negozio, tutti a chiedermi: “Sei sicura che saprai staccare i ganci delle pedaline?”. Io, spavalda “certo”. Vuoi provare ad andare qui sul marciapiede prima?” “No, tranquilli, adesso provo ad andare sulla strada”, dicevo convinta. Quindi, uscii dal negozio, in sella, e dietro di me, a piedi, mio marito e i proprietari del negozio. Feci un metro, due, tre, poi c’era la discesa del marciapiede per andare in strada. Discesa di sì e no 5, massimo 10 cm. Non so ancora come, ma feci un volo allucinante. Praticamente da ferma, caddi, insieme alla bici, sul lato destro. Ero sporca di sangue per un mega graffio su un ginocchio e sul braccio. Tutti quelli che erano lì a vedere la mia “messa su strada” corsero verso di me per controllare come stessi. Arrivò anche mio marito, mentre io cercavo di sollevarmi da terra e urlò: “Noooooooooooooo!!! Che botta! Hai rovinato la maniglia del freno!! Guarda! Noooooooooo!!!”.

Lì intuii che la strada sarebbe stata tutta in salita.

Quell’estate, nonostante durante la settimana lavorassi a Roma, e fossi a casa solo nei week end, da giugno a settembre feci 800 km. Ma oggi posso dirlo: senza passione.

Mia mamma, tutte le volte che mi ero lamentata con lei del fatto che mio marito andasse in bici, praticamente ogni volta che questo succedeva, mi aveva ripetuto “ma perché non vai anche tu, che ti farebbe bene?” e io, finalmente,  l’avevo ascoltata. Quindi andavo in  bici perché era un modo per stare con lui, che difficilmente avrebbe rinunciato ai suoi giri durante il week end. Dicevo che mi piaceva, ma ora mi rendo conto che non era vero, o forse in quel momento mi sembrava lo fosse, ma è imparagonabile a quello che significa per me andare in bici oggi. Oggi ho BISOGNO della mia bici. E davvero credo che se una persona non va in bici o ci va senza passione, non possa capire cosa significhi andare in bicicletta e goderne ogni attimo.

Non so come io abbia riniziato ad andare in bici e ad amarla per davvero. So che è stato un percorso lungo.

A dire il vero in questi ultimi 10 anni non avevo mai smesso di pedalare, fatto salvo il tempo delle gravidanze e annessi e connessi… facevo qualche giro al week end con mio marito fino al lago di Garda e ritorno, un po‘ di volte ho provato a salire il  monte Maddalena, qui a Brescia, finché  alla terza, in un tempo inestimabile, sono arrivata fino in cima, senza piangere (già successo), senza mandare a cagare mio marito (successo anche questo) , senza girare la bici e tornare a casa (pure questo), senza tutte e tre le condizioni precedenti messe insieme,  e poi tante salite in montagna d’estate. In poche parole ero  una ciclista per caso.

Andavo in bici e, mentre pedalavo in città verso la ciclabile,  il mio unico pensiero era: “Ti prego Dio fa’ che il semaforo all’incrocio sia verde!” ero terrorizzata dalle pedaline, dal non essere in grado di fermarmi senza schiantarmi al suolo. Avevo paura che il marciapiede fosse troppo basso per poter appoggiare il piede una volta ferma. Poi c’erano (e ci sono) le regole ferree di mio marito…ricordo che mi ripeteva mille volte di restare concentrata e quindi, non appena uscita di casa, al sabato mattina avevo il terrore di incontrare qualche amico (cosa che succede sempre, a dire il vero)  perché avevo e ho il divieto di fermarmi a salutare oppure ricordo una delle prime volte sulla ciclabile della Gavardina “Guarda, amore, i papaveri! “ dissi indicando un campo bellissimo. Lui “stai concentrata! Non siamo venuti in bici per vedere il panorama!”. Ecchecazzo! O ancora, dopo aver fatto Pinzolo-Campiglio (senza essere allenata) mi disse “che sgambatina!” “sgambatina???? Ma io ti ammazzo!!!”

Poi, l’anno scorso, al mio quarantesimo compleanno mio marito mi regalò una bici (SORPRESONA…) . Bici che io non ho assolutamente considerato per un anno e passa, a parte averla utilizzata per un’escursione in Austria (comodissimo , per altro, andare in vacanza con due auto per portare le bici… e altrettanto facile fare delle salite per me allucinanti, a 1500 metri di altitudine, con zero chilometri nelle gambe…). Da lì la mia bici è rimasta in garage in attesa di tempi migliori che, sinceramente, pensavo non sarebbero mai arrivati. Passò l’autunno e poi l’inverno. Arrivò poi la primavera di quest’anno. La mattina del 19 aprile, mio marito mi chiese, per la miliardesima volta, se volessi andare con lui in bici. Non so perché dissi di sì, proprio non lo so. Forse ripensai a mia mamma quando mi ripeteva “vai in bici con lui”, forse perché da quando ci sono le bambine non passiamo mai un momento da soli, forse semplicemente perché lo amo, ma ci andai.

Mi feci prestare una maglia, perché non ricordavo nemmeno dove avessi messo le mie. Feci solo 16 chilometri e mi sembrava di essere nel film Shining. Una paura bestiale! Ogni minimo soffio di vento mi faceva ondeggiare la bici, o per lo meno così mi pareva;  mi sentivo perennemente in bilico ed era tornato l’incubo delle pedaline, di come agganciarle prima e come sganciarle poi. Ma tornata a casa, ammisi a me stessa che era stato molto piacevole. Andai anche dopo due giorni, stesso percorso, solo un po’ più veloce, anzi diciamo meno lenta.

Poi, come ho già scritto qui sul blog, pochi giorni dopo, ebbi un’illuminazione e chiesi ad una mamma della scuola di mia figlia, una specie di wonder woman, che fa mille gare tipo half iron woman e imprese impossibili, se volesse allenarmi. Stabilimmo 10 lezioni, da due ore l’una. E da lì mi è scattato qualcosa. Senza nulla togliere a mio marito, andare con Cristina mi ha fatto capire che la bici poteva anche essere divertente. Con mio marito mi sono sempre sentita non all’altezza della situazione, perché è vero, io non sono all’altezza, ovviamente, ma non è che uno te lo debba sottolineare. Forse lui non lo sottolinea nemmeno, sono io che mi sento sempre così. Con Cristina e con il suo modo “molto fine” è stato diverso. Non appena con la coda dell’occhio vedeva che io rallentavo  urlava “Pedala! Pedalaaaaaaa, Ari, Fi.a!!!”, io mi vergognavo tantissimo, e quindi pedalavo, eccome! Pedalavo e ridevo, ridevo e pedalavo!

Ricordo la prima uscita con la Cri, sul Montenetto,  a sud della città, lei che mi diceva “vedi che bei colori intorno a noi?” e io non vedevo niente perché ero concentrata sulla mia bicicletta e a quel punto della mia vita ciclistica, non sarei mai riuscita a fare due cose insieme. Dopo che Cristina, come ho raccontato qui, senza avvertirmi, una volta che avevo nelle gambe 500 km, mi fece salire per la San Gallo- Serle e io ce la feci, e riuscii anche a rispondere a tono al tuttologo mentre stavo pedalando, mi disse “Ora sei pronta per fare la Maddalena”, non mi sembrava vero!

E la settimana successiva la feci. Arrivai fino in cima. (10 chilometri di salita, 600 metri di dislivello e non molla mai) La Cri era sconvolta dal fatto che io ogni tanto mi fermassi a fotografare l’impresa, perché davvero per me era un’impresa! Arrivai in cima e mi piacque talmente, che due giorni dopo la rifeci.

 La Maddalena non è l’Everest, ma, come scrissi sulla mia pagina Facebook, è stato il MIO Everest personale. La seconda volta che la feci, ricordo era un giovedì di giugno di quest’anno.  Il giorno prima, nel fare una visita da un endocrinologo , così, d’emblée, mi disse “guardi che c’è la possibilità che lei abbia un cancro alla tiroide”. Così, quando non te l’aspetti. E il giorno dopo, sulla Maddalena, pedalata dopo pedalata, io pensavo alla vita, alla MIA vita, alle mie figlie, alla paura, come non avevo mai fatto in vita mia. Io che non ho mai avuto paura della morte, certa che questa che stiamo vivendo sia solo una prova per il dopo, mi sono riscoperta attaccata alla vita, e con una paura incredibile. Salire fino in cima, curva dopo curva, tornante dopo tornante e spingere le gambe con tutta la forza possibile, ha significato per me qualcosa che non dimenticherò mai. Arrivare in cima era una sfida con me stessa, che ho vinto e che ho rivinto, da allora, tante altre volte, anche dopo che il pericolo del cancro è, per fortuna, sparito.  Ho vinto e rivinto la sfida con me stessa quando la mattina, anche dopo essere tornata dalle vacanze, senza più tanto allenamento continuo, ho preso la mia bici e da sola, piano piano,  sono arrivata fino in cima o ancora….ho vinto al tramonto, con mio marito, cullati dalla luce del sole che piano piano se ne va e dalle ombre che si allungano sulla strada ormai scura.

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In questi sei mesi di bici ho scoperto che si può, sì, guardare il panorama e nel frattempo andare in bici, ma aveva ragione mio marito, prima è necessario prendere confidenza con la bicicletta ed io aggiungo rispettarla e amarla. La concentrazione è tutto. Se io, che ho il fisico più lontano al mondo dal ciclista o da un’atleta, io che sembro Barbamamma, riesco in poco più di un’ora e venti a fare la Maddalena, lo possono fare tutti, a patto, però, che lo vogliano. Perché sono arrivata alla convinzione che è tutto nella testa, nella concentrazione, nella voglia e nella passione. Vado ancora in bici con mio marito e adesso è bellissimo. Certo, ci sono volte in cui mi incazzo ancora perché lui mi dice di stare in scia, io non sto in scia e lui se ne va avanti senza controllare se io sia ancora viva e vegeta, volte in cui io lo chiamo e lui, avanti, non sente e allora sembro una pazza isterica che urla il suo nome nel bel mezzo del nulla e poi, quando finalmente mi sente, mi sono dimenticata cosa gli volessi dire. Ogni tanto mi sento ancora non all’altezza, ma vivo per i momenti in cui, colta da non so quale raptus, in pianura, “volo” a trentacinque all’ora e al semaforo lui mi raggiunge e mi chiede se mi abbiamo messo il peperoncino sul sedere… So che lui ha le sue regole, io ormai le ho imparate a memoria e le rispetto. Io ho la mia, che è: “prima di tutto la bici è un piacere, non un dovere” . Se non me la sento, quindi, non ci vado. Questa regola è però molto spesso infranta perché se fosse per la mia pigrizia, il 90% delle volte, starei a casa. Sono riconoscente a mio marito perché, conoscendomi bene, insiste, finché io non mi faccio forza, esco dal mio pigiama del sabato mattina e inforco la bici, ben felice, poi di averlo fatto. Grazie a questa passione comune, insieme, stiamo percorrendo nuove strade, stiamo scoprendo nuovi percorsi, luoghi a un passo da casa, davvero meravigliosi.  La mia non è più una bici, ma è la MIA bici, la mia meravigliosa e insostituibile bici.

IMG_3631Questi 2000 chilometri sulla mia bicicletta da corsa, che tornerà purtroppo in garage fino a primavera per lasciare ora spazio alla mountain bike sono stati 2000 chilometri di scoperta della natura e del territorio attorno a me, 2000 chilometri in cui mi sono sentita parte di un mondo parallelo che mi ha accolta e coccolata, ma soprattutto 2000 chilometri di viaggio dentro di me.

Il biglietto di Natale ideale

Eccoci raffigurati tutti e quattro sul biglietto di auguri e il chiudipacco, che abbiamo fatto realizzare per il prossimo Natale!  W la bici!!!!

biglietti di Natale PineiderStampato a rilievo da matrice incisa a mano, da Pineider.

60 km di gioia e un PS per mio marito

percorso bici -171013(English version here)

L’altra sera sono andata a dormire con un desiderio pazzesco di andare in bici. Solitamente al mattino, con la stessa intensità, trovo qualsiasi scusa perché questo desiderio svanisca. Invece ieri mattina, mi sono svegliata alle 7 meno dieci arzillissima, nonostante la mia bambina piccola, come al solito non ci avesse lasciato dormire, e in men che non si dica ero pronta per uscire con la mia bici.

Ho preparato la mia bambina grande per la scuola e siamo partite. Lei a piedi e io con la mia Pinarello Dogma 2 e con lo zaino di scuola delle Winx sulle spalle.

Arrivata a scuola, mia figlia ha voluto che , dal portone, aspettassi che salisse in classe con tutti i suoi compagni, per mandarle il bacio. Mi sentivo leggerissimamente a disagio, tra gli altri genitori vestiti in modo consono, e io con la mia tutina fasciante che non nasconde, anzi esalta, ogni cm2 di grasso, ma alla fine ho pensato “machemmefrega?” e così sono rimasta sul portone di entrata, tenendo la bici in piedi per il manubrio, con le mie scarpe coi tacchetti, il casco e gli occhiali da sole…la nota positiva è che nonostante il mio aspetto, i bambini non si sono spaventati! Anzi, mi sembrano divertiti!

Poi sono partita per un giretto in solitaria ed è stato bellissimo.

gavardinaMi rendo conto che sembro ripetitiva. Nel senso che ogni qual volta io scriva circa un mio giro in bici, dico che è stato bellissimo. Ma davvero è così! Ci sono uscite che non mi esaltano, tipo quella sul lago d’Iseo, ma in linea di massima, potrei fare lo stesso percorso 100 volte e ogni singola volta scoprirei qualcosa di nuovo, non necessariamente intorno a me, magari anche dentro di me. E mentre pedalo, sorrido. Poi mi rendo conto che sto sorridendo e allora mi scappa una risata. Sì, lo riconosco, sembro pazza, ma se non andate in bici, non potete capire…

mulino

Mentre percorro la Gavardina, io saluto gli alberi, il fiume e via dicendo (mi fermo qui, perché capisco che sembro pazza) e, come ho avuto già modo di scrivere, io mi sento ricambiata.

Naviglio Grande di BresciaIncontro, nella mia direzione e in quella opposta, altri “pedalatori” del mattino, di diverse specie…anziani che nonostante l’età sono ancora sulla bici da corsa e che, di norma, ci rimangono malissimo se li superi e a costo di un colpo apoplettico, ti DEVONO ri-superare per dimostrare a se stessi di farcela ancora.. nonni che usano la ciclabile per far fare la passeggiatina ai nipotini in carrozzella e che ogni tre passi si fermano per controllare se il bambino stia bene…signore di una certa età che fanno il jogging mattutino e che chiacchierano fitto fitto tra di loro…coppie di stranieri che fanno cicloturismo e hanno le bici, immagino strapesanti, stracolme di bagagli e ciononostante sembrano sempre felici e soddisfatti…e tutti, bene o male, si scambiano un cenno di saluto, un fugace cenno del capo, un formale “buongiorno” o, più spesso, un “ciao”.   E’ un saluto che non costa niente, e che fa piacere. O per lo meno a me fa molto piacere. Tutte le volte che mi capita, ho come l’impressione di essere in un non luogo parallelo al mondo “normale”, dove tutti sono gentili, dove anche se per un nanosecondo, tutti sono amici.

Come ho scritto sulla mia pagina di Facebook, la bici fa davvero bene, al cuore e all’anima.

PS per mio marito: come puoi vedere nel giro del ritorno da Gavardo a casa ho fatto una media per me altissima. SAPPI CHE FOSS’NCHE TRA 5 ANNI, PRIMA O POI RIUSCIRO’ A FARE I TUOI TEMPI! Intanto…sto in scia.

laps

…e diamoci ai biscotti!

(English version: here)

Intanto che Monica è impegnata a trovare qualsiasi scusa al mondo per evitare la nostra prossima uscita, e io a trovarne altrettante per non uscire in bici in pausa pranzo con mio marito, ho pensato di condividere con voi qualcosa di diverso, sempre legato al mondo della bici.

A me piace molto, quando ne ho l’occasione, fare cose creative insieme alle mie bambine. Moltissimo. Basti dire che questa mattina i genitori erano invitati a passare un’ora all’asilo coi propri figli e fare, con loro, dei lavoretti, e io mi sono impegnata a tal punto che mia figlia si è girata, mi ha guardata e mi ha detto “Adesso basta, mamma! Faccio io!”, dopo poco, rassegnata, si è messa a fare un lavoretto alternativo da sola!

Adoro partire da tanti elementi diversi e arrivare a crearne uno solo, per poi ammirare con gioia e commozione, la soddisfazione negli occhi delle mie bambine, che si divertono insieme a me.

Ecco, quindi, una ricetta con cui abbiamo sfornato dei biscottini per fare una sorpresa al papà.

Si tratta di biscotti a forma di bicicletta con crema pasticcera e frutti di bosco!

Biscotto bicicletta con frutti di bosco

Il tempo di preparazione è stato abbastanza lungo, perché ci siamo divertite tantissimo a fare le formine, a sagomare l’impasto e soprattutto a controllare che mia figlia piccola non lo mangiasse di nascosto!

 Ecco qui il procedimento. (noi abbiamo utilizzato il Bimby, quindi metto sia la ricetta che abbiamo seguito noi, sia quella con il metodo tradizionale) Prima di iniziare, però, vi ricordo, se avete i frutti di bosco surgelati, toglieteli da freezer e metteteli a scolare.

Cominciamo!

Ingredienti per i biscottini

125 g di burro morbido
100 g di zucchero
2 uova
400 g di farina tipo 00
½ bustina di vanillina
½ bustina di lievito in polvere
1 pochino di sale
la buccia di mezzo limone non trattato

 Preparazione con il Bimby

1. Mettere nel boccale la buccia del limone e grattugiare 20 secondi velocità 9.

2. Aggiungere il burro, lo zucchero , le uova, la farina, il lievito, e il sale 30 sec./vel. 7

3. Togliere dal boccale l’impasto evitando di segarsi via le dita con le lame del Bimby. Metterlo su un ripiano e appallottolarlo, compattandolo. Avvolgerlo in una pellicola trasparente. Per far partecipare le mie bambine anche a questa fase, noi dividiamo l’impasto in due parti uguali, così che ciascuna possa fare la sua pallottolina e rivestirla di pellicola trasparente. Poi si lascia riposare il tutto in frigorifero per un’ora.

Preparazione tradizionale, senza il Bimby

Mettere tutti gli ingredienti su un ripiano e impastare bene, finché l’impasto ha una consistenza morbida e compatta. Avvolgerlo in una pellicola trasparente e lasciarlo riposare in frigorifero per almeno un’ora.

 FATTO QUESTO, ARRIVA IL BELLO!

(portasi avanti e accendere il forno a 180 gradi)

  1) Rivestire il ripiano del forno con carta forno bagnata e ben strizzata.

 2) Prendere l’impasto dal frigo e mettero su un ripiano. Dividere l’impasto a pezzettini e appiattirli con le mani, finchè non sono alti mezzo centimetro al massimo.

 3) Prendere degli stampini e fare delle formine con i pezzetti di pasta. (per le ruote della bici, noi abbiamo utilizzato uno stampino a forma di cerchio, per tutto il resto, uno stampino a forma di ombrello; abbiamo utilizzato solo la parte del manico e poi con le mani l’abbiamo sagomata a seconda delle nostre esigenze. Se non avete degli stampini da cucina, possono venire utili (ma ovviamente ben lavati!!!) gli stampini del Didò…quello che per noi era il Pongo, per intendersi!

 Infornare fino alla loro doratura a 180°. (circa mezz’ora)

 Crema pasticcera da guarnizione – con Bimby

INGREDIENTI:

500 ml. di latte intero fresco
2 uova medie
100 g. di zucchero semolato
60 g. di farina 00
1 bustina di vanillina
Scorza di limone non trattato

 1) Mettere nel boccale la buccia del limone e grattugiare 20 secondi, velocità 9

2) Versare nel boccale tutti gli ingredienti, impostare il Bimby : 8 minuti, 90°, velocità 4

Preparazione tradizionale, senza il Bimby

 In un pentolino scaldare il latte, senza che raggiunga l’ebollizione e poi versatelo in una ciotola.

Grattugiare la scorza del limone fine fine.

In una marmitta mettete le uova con lo zucchero, la farina,  la vanillina e la scorza grattugiata. Con le fruste elettriche (o a mano, se siete la donna bionica)  frullate finché il composto sia cremoso senza grumi.

Versare in un pentolino e aggiungere a poco a poco il latte continuando a mescolare con una frusta. Fare cuocere poi a fuoco dolce, sempre mescolando, ma con il cucchiaio di legno, se volete evitare di distruggere il fondo del pentolino, fino ad ottenere un composto senza grumi.

Quando la crema è pronta, versatela in una ciotola lasciando che si raffreddi a temperatura ambiente.

Infine, quando sia i biscotti, sia la crema sono pronti, con una spatola (noi ovviamente non l’avevamo quindi abbiamo usato una paletta del gelato) si sistema la crema su ogni parte dei biscotti. Poi li si guarniscono coi frutti di bosco.

Biscottino a forma di bici

Biscottino a forma di bici

Con l’impasto rimanente noi abbiamo fatto altri biscottini, mettendo l’impasto nel forno in contenitori di alluminio e a forma di cuore, ma questo è fuori tema bicicletta!

cooking with my girls

La versione di mio marito

(english version here)

LA BICI CON MIO MARITO
(SECONDO MIO MARITO)

I 5 pilastri della saggezza:

   1) Se c’è una bella ragazza in bici, stai sicuro che sta pedalando nella direzione opposta.
(“bella ragazza” non è esattamente il termine da lui utilizzato)

2)      Il ciclista non è solubile in acqua.
(va da sé che questo significa che si esce anche quando piove)

3)      La differenza sta nel manico
(questa non l’ho ancora capita)

                                     4) Se stai faticando e un altro ciclista ti passa accanto e ti saluta, tu tira fuori tutto il fiato che hai e saluta fingendo di essere in pianura, anzi in discesa.
(per quanto mi riguarda, io, nell’incertezza, sto zitta, perché solitamente sto morendo)

5)  Non preoccuparti, dopo la curva spiana
(Preferisco non commentare…)

Le 5 raccomandazioni a me:

1)      Stai in scia.

2)      Stai in scia

3)      Stai in scia

4)      Stai in scia

5)      Stai in scia

(e io, NON sto in scia)

I 5 divieti di mio marito (a me, s’intende) :

 1)      Non si chiede mai “secondo te sta per piovere?”

2)      Non si parla

3)      Non si risponde al telefono

4)      Non ci si ferma a parlare con nessuno, anche se ti chiedono indicazioni

5)      Non si chiedono indicazioni

Le 5 frasi evergreen, che non mancano ad OGNI uscita:

1) stai usando un rapporto troppo lungo: accorcia.
(risposta: “così??” E immancabilmente sbaglio a cambiare marcia)

2) ammirando il panorama mozzafiato “Ma in che posto stupendo ti ho portata?”
(non fa niente se il percorso l’ho deciso io)

3) Si gira, guarda dietro, verso di me e mi chiede: “Tutto ok, amore?”
(poi si rigira senza aspettare la risposta)

4)   Dopo la curva spiana.
(lo so, l’ho già scritto, ma questa frase è il mio incubo)

5) tornati a casa dopo 100km  “bella la sgambatina di oggi!”
(sgambatina???? io sono DISTRUTTA!!!)

Ciclabile Vello-Toline

“il marito” sulla bellissima ciclabile Vello-Toline. (non ero in scia…)