Brescia – Desenzano – Sirmione e ritorno. (con Virginia Woolf and company)

(English version here)

Sabato scorso, quando mi sono svegliata, sapendo che sarei andata in bici con mio marito, avrei tanto voluto restare nel letto. Sveglia, ero sveglia. Da tempo. Mia figlia piccola si era alzata alle 6 e mezza. A volte penso che lei voglia godere di ogni singolo attimo della sua vita e non sprecarne nemmeno uno dormendo. Solo che lei non ha ancora 3 anni e di giorno, poi, si riposa, io a 41 durante il giorno sono morta.

Comunque, nonostante la mia stanchezza, mi sono fatta forza e mi sono auto-convinta che andare in bici non avrebbe potuto far altro che bene, se non altro mi avrebbe svegliata! Ammiro molto quelli, come mio marito, ad esempio, che si svegliano con la voglia di andare in bici. Io, soprattutto al week end, mi farei pestare piuttosto di uscire dal mio pigiama, ma so che poi, una volta in sella, tutto cambierà e che quando sarò nuovamente a casa, starò già sperando di poter andare al più presto in bici. La mia è solo pigrizia.

 Così ho svolto il solito rito della preparazione: lenti a contatto, fascia cardiaca, maglietta invernale, giacca e pantaloni da mezza stagione, calze lunghe, scarpe, guanti, casco, Garmin acceso, e via. Mi sono pure gonfiata le gomme da sola. Poi, ovviamente, è arrivato mio marito, che non si fida,e me le ha rigonfiate. Ma questo è normale. Così come è normale che io gli dica: “stamattina sono distrutta, al massimo potremmo arrivare fino a Salò, visto che non l’abbiamo ancora fatto e torniamo. Saranno 50/55 km, va bene?”. Lui, as usual, mi risponde “Certo!”. Ormai lo sa che io rompo sempre, a prescindere. Forse lo so anche io, ma è che io “mi porto avanti”, nel senso che se poi, davvero, voglio fare pochi chilometri, posso sempre dire “te l’avevo detto”. In realtà, per ora, non è mai successo che io volessi tornare indietro.

 Alla fine ne abbiamo fatti 92. E a Salò non ci siamo andati.

Ecco la mia uscita

Sabato 19.10 2013

mappa Brescia- Desenzano - SirmioneMentre esco dal portone di casa, in sella alla mia bici penso “Non ce la farò mai, davvero questa mattina, non ce la posso fare.” Il cielo è grigissimo, fa freddo, ho sonno.

 A differenza del solito tragitto, non prendiamo la ciclabile. Vogliamo arrivare direttamente a Salò senza perdere tempo. Lungo Viale Venezia, per uscire dal centro città, come ogni santissima volta che vado in bici e la percorro, ci sono due auto tranquillamente parcheggiate (sempre le stesse due) sulla pista ciclabile. E ogni volta penso avrei una irrefrenabile voglia di  distruggerle a sassate. Tu stai arrivando a 25 all’ora sulla corsia riservata alle bici e nel frattempo stai già ringraziando Dio perchè, nel tratto di strada precedente, qualche auto parcheggiata a lisca di pesce, nel fare retromarcia, non ti ha steso e ora stai pregando che le auto che sfrecciano alla tua sinistra non ti tirino sotto. A quel punto, all’improvviso, sul cammino ti imbatti nelle macchine parcheggiate sulla ciclabile. I due incivili, cioò i proprietari, sono molto fortunati a non avermi mai beccata mentre arrivo in bici perché, con chi parcheggia sulla ciclabile, io do il peggio del peggio di me. La settimana scorsa, sempre in Viale Venezia, mentre arrivavo da Sant’Eufemia a 32 all’ora, uno CON UN CAMPER avanzava tranquillamente indisturbato sulla ciclabile. Non posso ripetere quello che gli ho urlato, dopo che mi sono avvicinata e, con una mano sul manubrio, con l’altra gli ho bussato al vetro. Per essere sicura che capisse, visto che aveva la targa della repubblica ceca, gli ho parlato (diciamo pure urlato) pure in inglese.

 Comunque….mio marito ed io abbiamo preso la ciclabile a Pontenove, direzione Lago di Garda.

Mentre sto pedalando tra i campi arati, sui quali, rispetto alla settimana scorsa, sta già spuntando l’erba verde, il mio pensiero vola. E non so come e non so perché, e sono due giorni che me lo domando, penso a Mrs. Dalloway. Per chi non lo avesse letto, Mrs Dalloway è il nome della protagonista di un libro di Virginia Woolf, da cui prende il nome il titolo.

Sono anni e anni che non leggo un suo libro, eppure, all’improvviso è come se Mrs. Dalloway fosse qui con me e con lei alcuni dei protagonisti di questo e di altri romanzi di Virginia Woolf.

E allora, mentre passo attraverso la ciclabile circondata dai campi coi cavalli bianchi, penso a quanto io abbia amato Virginia Woolf, a come ero affascinata dal suo aver creato insieme al fratello, il Bloomsbury Group. Ricordo che, quando ne leggevo la storia, immaginavo tutti insieme questi scrittori, poeti, pensatori, artisti che una volta la settimana si incontravamo e discutevano di Estetica, di Filosofia e ovviamente di Letteratura. Ricordo ancora, distintamente, il mio sentimento di allora, quasi di invidia (lo so, sembra assurdo, ma forse in effetti, io sono assurda), nei loro confronti. Invidia condita, però, con affetto, e ovviamente grande, grandissimo rispetto e incommensurabile ammirazione.  Non so cosa avrei dato per vivere anche io nell’epoca vittoriana, se non altro per poterla criticare e soprattutto mi chiedo come sarebbe stato se solo anche io avessi potuto conoscere Virginia Woolf; avrei voluto assaporare ogni parola detta o scritta a quelle riunioni, ascoltare, imparare. Per me Mrs Dalloway è stata un’illuminazione. Prima di allora non mi era mai capitato di leggere un romanzo che si svolgesse in una sola giornata. Ho amato e apprezzato non tanto la trama in sé e per sé, ma il modo inusuale con cui la Woolf racconta una storia esclusivamente dalla prospettiva interiore della protagonista; ho amato i repentini viaggi nel tempo, tramite i pensieri e le emozioni di Clarissa Dalloway, i suoi monologi e i soliloqui come se il tempo e lo spazio si fondessero; il passato, il presente e il futuro scorressero sullo stesso piano, mossi da un ricordo nato da un oggetto, una frase, un pensiero. Rimasi veramente affascinata da questa lettura anche se, sinceramente, fino a questa mattina, pensavo di avere dimenticato tutto. Pensare allo “stream of consciousness” di Clarissa, non può non farmi volare col pensiero, tra una pedalata e l’altra, a James Joyce.

Ad un cento punto della mia vita mi ero follemente innamorata di Joyce. Mi rivedo da giovane (anzi diciamo, da “più” giovane”) impegnata a leggere l’Ulysse, senza riuscire ad arrivare fino all’ultima pagina e soprattutto senza avere le capacità di capirlo fino in fondo, ma comunque coinvolta, appunto, nello “stream of consciousness” dei protagonisti e ora i miei ricordi vanno alla più semplice lettura e interpretazione di The Dubliners, che tanto mi hanno fatto interessare all’Irlanda, nonostante il punto di vista di Joyce su quella che lui definisce come una sorta di “paralisi”,che ostacola la rinascita e il cambiamento della società irlandese del tempo, ma che potrebbe rappresentare tutto il mondo e quindi anche noi stessi.  Ricordo che il mio racconto preferito, o forse, l’unico che mi ricordi distintamente era “The Dead”. Anche qui, non so come e non so perché, ma mi torna in mente all’improvviso il senso di smarrimento del protagonista prima e la sua presa di coscienza poi, tormentato dal dilemma se sia meglio il lasciarsi morire dentro quando si è giovani o da vecchi, quando gli errori commessi crescono a dismisura. E ponendosi questo dilemma si era finalmente tolto la maschera, a differenza degli altri protagonisti dei Dubliners, che mai si mettono in discussione, e mentre lo leggevo, mi chiedevo se poi, gli irlandesi, avessero reagito…se qualcosa fosse cambiato. E fu proprio, forse, da quel momento che iniziai a studiare con profondo amore la storia dell’Irlanda, da ogni punto di vista, dalla letteratura alla storia, dalla poesia alle origini, dai miti Celti, alle leggende legata a San Patrizio, da Oscar Wilde ai poeti, da WB Yeats, che forse ho amato più di tutti, a Séamus Heaney..e via dicendo.

 Quando ero immersa in queste letture non potevo neanche immaginare, che poi, tanti anni dopo,  sarei andata a vivere proprio a Dublino e avrei attraversato anche io le strade che avevano percorso i miei scrittori/poeti preferiti e i protagonisti delle loro storie.

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E mentre passo in bici dalla campagna di Barcuzzi, il tempo vola e non sento la fatica, immensa, nel mio personale stream of consciunsess… torno al Bloomsbury Group e penso a TS Eliot, del cui gruppo sembra abbia fatto parte. Penso a quanto abbia odiato studiare The Waste Land, quando dovevo studiarlo, e quanto abbia, invece amato “the Hollow men”.  Ricordo di aver letto da qualche parte che Virginia Woolf aveva scritto a TS Eliot per avvisarlo che il gruppo aveva fatto una sorta di colletta che gli avrebbe permesso  di lasciare il lavoro in banca per dedicarsi solo ed esclusivamente alla letteratura. Quanto avrei voluto conoscere questa banda di matti!

Quanto avrei voluto conoscerli! Quando avrei voluto esserci anche io.

Ogni tanto mio marito si gira per controllare che io sia “in scia” e ci sono. Quest’oggi sono proprio in forma. Sto pedalando con tanti di quegli scrittori che mi danno una carica pazzesca! Ma non glielo dico….

 Arriviamo dove la ciclabile si divide: a sinistra per Salò, a destra per Desenzano.

Qui, il primo cambio di programma. Chiedo a mio marito se sia mai stato a Desenzano e scopro , con sorpresa, che non l’ha mai vista. Allora decidiamo di non seguire, come al solito, sulla ciclabile dalla Valtenesi, ma di andare verso Desenzano. Peccato che, appena finita la discesa (ripidissima e pericolosissima – solo dei pazzi possono pensare, secondo me, di fare arrivare la ciclabile in un punto così ripido e pieno zeppo di dissuasori della velocità in cemento messi in parallelo) – i cartelli della ciclabile svaniscano nel nulla. Noi evidentemente sbagliamo perché seguiamo le indicazioni “lago” a sinistra, per poi giungere sulla provinciale alberata, che riconosco essere dopo Desenzano, in direzione Salò. Quindi giriamo le bici, raggiungo a piedi un semaforo con il bottone per i pedoni, attendo il rosso per le auto e attraversiamo, senza farci spianare. Dopo un paio di chilometri, sempre seguendo la provinciale, entriamo a Desenzano.

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Le nuvole si sono dipanate. Il sole è pallido, ma la luce è meravigliosa. Ci sono molte persone per la passeggiatina del sabato. Sembra di essere lontano anni luce da Brescia. Facciamo un giretto nel centro e poi ci fermiamo a fotografare il porticciolo. Lontano vedo un piccolo faro. E non posso non ripensare a  Virginia Woolf e al suo “to the lighthouse”. Ma è tempo di andare. desenzano

Osservando il lago, si distingue chiaramente la penisola di Sirmione e scopro che mio marito non è mai stato nemmeno lì. E allora, cambiamo definitivamente il nostro programma, e andiamo verso Sirmione.

Castello di SirmioneE’ bellissima. Piena di turisti stranieri, manco fosse Venezia in piena estate. Sono tutti accalcati all’entrata del castello scaligero, unico punto di accesso al paese. All’interno, tra le viuzze strette, un paio di vigili cercano, invano, di far defluire la folla e far transitare le auto che qui passano a mala pena. (possono circolare solo i residenti e gli ospiti degli alberghi). E’ impossibile, però, non soffermarsi a testa in su ad osservare le mura e le torri con la merlatura a coda di rondine, che ospitano gabbiani in cerca di riposo.

sirmioneCi facciamo strada tra la gente, cercando di non cadere dalla bici e ci fermiamo a fare qualche fotografia. Questo castello è affascinante. Trovo che abbia qualcosa di sinistro. Quando tornerò a casa, nel pomeriggio, scoprirò una leggenda ad esso legata:

“ Nel castello tanto tempo fa viveva una felice coppia di sposi: la bellissima Arice e Ebengardo. Durante una notte buia e tempestosa, un uomo bussò alla porta del castello in cerca di riparo. I giovani innamorati lo accolsero con piacere. Si trattava di Elalberto, marchese di Feltrino. Ammaliato dalla bellezza di Arice, durante la stessa notte, Elalberto entrò furtivamente nella sua stanza con l’intento di approfittare di lei. Arice cercò di difendesi strenuamente e le sue urla disperate richiamarono l’attenzione del marito Ebengardo. Quando, poi, arrivò, allarmato, nella stanza della moglie la trovò morta, pugnalata dalla furia di Elalberto. Dopo una violenta colluttazione, Elalberto muore trafitto dal suo stesso pugnale e da quel giorno il fantasma di Ebengardo vaga per il castello , condannato a rimanere tra i viventi, separato da lei.”

 sirmione-torri-merlate

Continuiamo a pedalare fino alle grotte di Catullo, senza però arrivare al cancello d’entrata perché il manto è fatto di ghiaia e non sarebbe il massimo bucare le gomme così lontano da casa.

Ricordo che l’ultima volta che fui a Sirmione, stavo studiando in Francia per l’Erasmus e venni in Italia con alcuni amici, come turista. Pazzesco che siano passati quasi 20 anni.

Il tempo vola davvero! Per via di tempo, è già mezzogiorno e noi dobbiamo tornare, abbiamo già fatto quasi 50 chilometri! Sulla via del ritorno, appena lasciata Sirmione alle spalle, scorgo la torre di San Martino e Solferino e siccome i cartelli indicano solo 3 km di distanza, penso che non sarebbe male fare una capatina anche lì. Andiamo in quella direzione e ci perdiamo. Poi, nonostante mio marito, come tutti gli uomini, non voglia chiedere indicazioni stradali per principio (non si sa quale sia questo principio, per altro!) fermo un signore e gli chiedo dove si vada per la torre. Alla fine, riusciamo ad arrivare. Nel giungere alla torre, dico a mio marito che a destra si trova l’ossario. Mi dice che non ha capito. Inizio a spiegargli, ma già a sentire le parole “teschi” e “scheletri”, vedo che cambia espressione e mi dice: “lascia stare, dai, andiamo avanti”.

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Ci fermiamo un attimo a fare alcune foto alla torre e poi cerchiamo la via del ritorno. Questa caccia al tesoro per la via del ritorno dura un’infinità di tempo.

A questo proposito vorrei dire a quei geni che hanno messo i cartelli “ciclovia del Garda”, che mettere cartelli con un pallino rosso e uno verde e frecce varie, NON SERVE ASSOLUTAMENTE A UN BEL NIENTE! Perché non è che uno sa a cosa corrisponda il minchia di pallino rosso o quello verde! Prendete esempio dai cartelli delle piste ciclabili, i cartelli marroni per intendersi! Quelli hanno il nome della destinazione e i chilometri che mancano per arrivarci. Non mi sembra che ci voglia un genio della navigazione satellitare per arrivarci!

 Ci affidiamo a google maps, ma il mio telefonino dopo 5 minuti si scarica. Alla fine andiamo a “naso”. Passiamo alcune colline moreniche. Paesaggio stupendo, ma dopo che hai bevuto solo un caffè alle 9 del mattino, hai pedalato 60 km, hai freddo e fame, la salita non è esattamente quello che vorresti affrontare. Finalmente troviamo il centro commerciale Leone alla nostra sinistra e quindi capiamo di essere, se non altro, nella direzione giusta, verso Brescia. In centro al paese incontriamo una signora che, vedendoci in difficoltà ci chiede “do-ve do-ve-te an-da-re?” piano piano, scandendo bene le sillabe, forse scambiandoci per stranieri; del resto questo è un classico della mia vita e non ho mai capito il perché. Mio marito fa finta di niente, come se fosse estraneo alla cosa, perché, come ben sapete, questo è uno dei pilastri della saggezza della bici secondo mio marito. Io, ovviamente, invece, apprezzo l’aiuto e le rispondo “a Brescia”. Allora la signora, cambia atteggiamento e sfodera tutta la sua brescianità “pota ma alura l’è facil fess, ta podet mia sbaglià! Gira de che – indicando la strada dietro di lei – e po’ va aanti, gira a destro, e po va semper semper dritta che edaret che riet a Bresà!” Ringrazio. Mio marito annuisce e mi sembra che accenni un grazie e partiamo. Sto morendo dalla fame e dai crampi ai piedi. Seguiamo le indicazioni della signora, vado velocissima perché non vedo l’ora di arrivare a casa. Mio marito mi raggiunge e mi chiede, con il suo aplomb inglese: “scusa amore, ma…ti hanno messo il peperoncino sul culo?” Non riesco a smettere di ridere.

Passiamo Mazzano, Rezzato, entriamo a Brescia e finalmente arriviamo nel garage di casa. Scendo dalla bici, tolgo la borraccia, ormai vuota e stacco il Garmin, salvando la corsa. Abbiamo fatto 92 chilometri. Sono veramente distrutta.

Entro in casa, le mie bambine mi corrono incontro a braccia aperte e mi chiedono “mamma, finalmente sei arrivata! Adesso giochi con noi?”. 🙂

percorso

Brescia – Gavardo – Brescia con Dora l’esploratrice

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Troppi episodi di Dora l’Esploratrice fanno male!

Oggi, per la prima volta, sono io che “insegno” (le virgolette sono super d’obbligo) la bicicletta ad una mia amica. Monica vuole iniziare a pedalare. Abbiamo fatto qualche escursione due estati fa in Austria, con la bici a pedalata assistita e domenica scorsa è andata con suo marito sulla ciclabile della Franciacorta. Sa, e so, che presto si appassionerà. Mi ha chiesto se avessi voglia di andare insieme a lei e io sono certa che saprò trasmetterle l’amore e la passione che coltivo per questo magnifico sport.

Mi sembra quasi impossibile che oggi, proprio io che anni fa odiavo che mio marito al week end mi “mollasse” per la bici, oggi sia qui a spiegare a qualcun altro perché amo visceralmente la bicicletta, ma tant’è. Per me la bici rappresenta un’infinità di cose, una trasmette una marea di emozioni positive e ogni volta che ci salgo so che sarà speciale. E così è. Da sola, cosa che prediligo in assoluto, o in compagnia, la bici mi dà sempre qualcosa, e io in cambio, do il mio impegno, la mia fatica. Come ho già avuto modo di scrivere, stare in bici mi fa sentire un tutt’uno con la natura che mi circonda, sento di farne parte e di essere ricambiata. Mi capita di sorridere tantissimo in bicicletta. Apparentemente senza motivo. In realtà, perché sono felice. Sono riconoscente di poter andare in bici, di poter assaporare ogni singolo momento, da sola, seduta in sella, con le mani sul manubrio, guardo il cielo, le nuvole o il sole accecante, i campi arati attorno a me, gli uccellini appollaiati sui fili della corrente…le rondini che in gruppo volano in cielo, i papaveri rossi in campi verdi che sembrano infiniti, e ancora…il lago visto dall’alto che sembra un dipinto…adoro passare nelle strade di campagna, con casolari sparsi qua e là dove, almeno da lontano, sembra che il tempo si sia fermato e la mia memoria torna a quand’ero piccola e mio zio Cili mi portava, in piedi, sul suo motorino e andavamo in quella che allora era aperta campagna e oggi è prima periferia, a vedere i conigli!

Monica ed io ci dobbiamo incontrare alle 9 e un quarto a Sant’Eufemia, così io riesco a portare mia figlia grande a scuola, alle 8, torno a casa, mi cambio, preparo l’occorrente , gonfio le ruote e raggiungo lei, che, a sua volta, ma alle 9, porta sua figlia a scuola e, con la bici nel bagagliaio, parcheggia e mi aspetta pronta in sella. Cioè questo era il piano originale con calcolo dei tempi al nanosecondo. Ma…appena ho finito di gonfiare le ruote della bici, compito che di norma è affidato a mio marito il quale non si fida che me ne occupi io, controllo se ho tutto…Garmin acceso e al suo posto, sopra al manubrio ok, telefono connesso al Garmin ok, borraccia piena, ok, (anche la borraccia di norma la prepara mio marito, perchè non si fida…) casco in testa ok, mantellina e apri cancello nella tasca posteriore: ok. Sto per partire, con un paio di minuti di ritardo, ma noooo! mi suona il telefono, che avevo appena posizionato sotto alla mantellina. E’ Monica, che mi sta aspettando. “Scusa, non è che mi porteresti una maglia a maniche lunghe per favore?” io rimango un po’ interdetta dalla domanda, non solo perché ci sono 23 gradi, ma perché la sto raggiungendo in bici, dove potrei mettere mai una maglietta?  Lei continua “no, perchè ho il giubbino e una maglia ma è a mezze maniche”. (il giubbino????? io sto per partire con una maglietta a mezze maniche e null’altro nè sopra nè sotto!) mi limito a risponderle: “Monica, vuoi che ti vengano le rane sotto le ascelle?” ok, l’ho convinta. Non le porto la maglia e capisco che c’è da lavorare sul concetto di leggerezza, fondamentale per la bici visto che va a pedali e quei pedali li devi spingere tu, e soprattutto sull’equipaggiamento BASE di Monica!

Arrivo con cinque minuti di ritardo, anche perché non avevo calcolato che sarei uscita con la montain bike e non con la bici da corsa, con la quale vado più veloce. Arrivo al parcheggio, non la vedo e poi sento che mi chiama. La trovo seduta su un muretto, e indossa la tuta la ginnastica. “Ma come? non sei pronta?” Le chiedo stupita dopo che da casa mia a Sant’Eufemia ho fatto la media dei 22/h per essere puntuale!  Dice che non aveva trovato parcheggio…e intanto io mi domando perché mai si sia messa la tuta la ginnastica sopra ai pantaloni da bici…ma sorvolo. Poi vedo (ORRORE!) uno zainetto fucsia e il mio pensiero rifiuta che possa pensare di portarlo con sè. Mentre sto riflettendo tra me e me, e mi sto chiedendo se lo zainetto UGUALE IDENTICO A QUELLO DI DORA L’ESPLORATRICE verrà riposto in auto, la mia amica mi guarda e mi fa: “ho preso lo zainetto perché così mi porto un po’ i cose”. Ma, di grazia, cosa mai potrebbe portarsi nello zainetto alle nove del mattino per andare su una PISTA CICLABILE A UNA MANCIATA DI CHILOMETRI DA CASA????? Neanche la mappa di Dora potrebbe, quindi, essere necessaria!  Ed ecco la risposta che non ti aspetti :”LA BORRACCIA”  Ora, a meno che abbia una tanica, francamente, uno zaino per una borraccia mi sembra quell’attimo esagerato. Solo dopo una decina di chilometri scoprirò che ha con sè una borraccia DA MONTAGNA!!!! cioè quelle proprio da escursionismo, in alluminio, pesante, e con tanto di tappo che si svita!!!. Se prima avevo il sospetto ora ho la certezza che bisogna lavorare sull’equipaggiamento di Monica. Partiamo. Io la Monica, la sua bici “de Carlo Godega”, che non è nè mountain bike, nè da corsa, e nemmeno city bike, con tanto di ragnatele, e con la sella più rigida del mondo e, ovviamente il suo zaino fucsia.

Attraversiamo Sant’Eufemia (dove ci sono sempre più autobus che macchine, oppure sono io che ho la sfiga di incontrarne sempre una marea), e al semaforo di Caionvico svoltiamo a destra per raggiungere Rezzato. La Monica, alla svolta a sinistra per Rezzato, si ferma per far passare le auto che avanzano dietro di lei (e quando dico le auto intendo: tutte le auto della provinciale avvistabili a vista d’occhio umano) . Bisogna lavorare sul fatto che è più pericolo fermarsi all’improvviso a destra, che sporgere il braccio a sinistra, indicare che si sta per svoltare, e andare. Attraversiamo Rezzato e la lasciamo alle nostre spalle, per arrivare a Virle. Subito dopo la chiesa, attraversiamo la strada (cioè veramente io, che sono dietro, dimentico di dire alla Monica che bisogna svoltare…) e andiamo a prendere la ciclabile. Il cartello è dall’altra parte della strada e indica Salò/Desenzano. E’ marrone, come tutti quelli che indicano la pista ciclabile. Non potete non vederlo.

IMG_2025250913Imbocchiamo, così la ciclabile e proseguiamo fino a Gavardo senza sosta. La Monica vede la scritta “Chiosco” e spera in un caffè, ma no! Regola numero 1: prima di aver fatto almeno 40 chilometri non ci si ferma! Siamo qui per pedalare. Il tempo non è dei migliori, ma è comunque, almeno per me, l’ideale. Nuvoloso e con una leggerissima brezza. Peccato che il cielo sia grigio, altrimenti sarebbe proprio perfetto. Il panorama è comunque, molto piacevole. Il fiume oggi puzza, ma va beh…non si può avere tutto. Visto che questa mattina potevo permettermi di andare piano, mi sono fermata a fotografare qua e là, paesaggio, cartelli stradali e zaino di Monica-Dora-theexplorer compresi.

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“Dove andiamo?” “Sulla ciclabile, con la bici” “Dove andiamo?” “sulla ciclabile” (sottofondo: Dora, Dora, Dora l’esploratriceeeeeeeeeeeeee!”

IMG_2018IMG_2017Arrivate a circa 3 chilometri da Gavardo, per evitare di dover scendere e spingere la bici a mano, visto che alla fine la ciclabile è vietata ai ciclisti (?!?!?!?),  abbiamo svoltato a destra prendendo, così , la strada parallela alla ciclabile, dall’altro lato della tangenziale. Bellissima strada, percorsa da nessuno, che vi consiglio.

IMG_2019 Mentre pedaliamo immerse nel verde, improvvisamente alla Moni viene in mente che sarà utile fare un massaggio dopo tutti questi chilometri e cosa fa? tira fuori il telefono e chiama la palestra!  BISOGNA LAVORARE sulla concentrazione e sull’uso del cell in bici!!!

La cosa si fa lunga e ne approfitto per fare una foto a noi due e per documentare l’uso del cell, a futura memoria!

Monica io e il terzo incomodo

Monica io e il terzo incomodo

All’altezza di Prevalle abbiamo lasciato la strada di campagna, ci siamo immesse sulla provinciale, girato a destra in via Fucine e ripreso la ciclabile. Monica, bardata come se fosse pieno inverno, con giubbino antivento da montagna, zainetto di Dora, con borraccia in alluminio incorporato, scarpe da ginnastica e bici de Carlo Codega, dà i primi segni di stanchezza e mal di sedere, ma tiene botta. Riesce a fare almeno 1 chilometro a 20 all’ora, che, come prima volta e soprattutto col mezzo a disposizione, non è per niente male! Per far andare un po’ la gamba, le propongo di mollare la ciclabile e prendere la provinciale che da Mazzano porta a Virle. E così facciamo. Le dico di attaccarsi alla mia ruota così che possiamo aumentare un pochino la velocità. Raggiungo i 26 all’ora, mi giro e non c’è più. Ok, ho esagerato. Ma Monica non si lamenta. Si vede che le piace! Sono sicura che presto, forse prestissimo, anche lei si innamorerà, come me, della bici. Entriamo a Virle verso Rezzato, dove la ciclabile va contromano. Giuro. Già la strada è piccola, una sola carreggiata, e la ciclabile scorre a destra, nella direzione opposta alle auto. Ora, già a Brescia se vai in bici, di norma, l’automobilista bresciano ti odia. Così, a prescindere da tutto. Se poi ti vede arrivare “al contrario”, ti va di culo se non prende la mira per centrarti in pieno. Arriviamo quasi in centro a Rezzato e un simpatico coglione, non curante minimante del fatto che noi stiamo passando in bici, cosa fa? Parcheggia il camioncino delle consegne SULLA CICLABILE, a dieci metri da noi che stiamo per arrivare proprio in quel punto e, ovviamente, non possiamo andare nella corsia delle auto in contromano!  io, che nella vita “normale” non litigo praticamente mai con nessuno, un po’ per scelta di vita, un po’ perchè non sono capace di litigare, quando sono in bici e noto la maleducazione degli automobilisti nei confronti dei ciclisti, mi trasformo e do il peggio del peggio del peggio di me. Così non posso esimermi dal mandare affan.. il guidatore del furgoncino, che nella sua lingua, ha ricambiato con altrettanto affetto.

Monica deve essere rimasta allibita dal mio comportamento, ma, ragazzi! questa è una giungla…una lotta per la sopravvvivenza in sella!

Dopo due ore dalla partenza, siamo tornate al parcheggio di Sant’Eufemia. Siamo sorridenti e soddisfatte. Monica è felice.

Mentre lei carica la sua bici in auto, io riparto verso casa con la mia e nel tragitto già penso alla nostra prossima uscita.