2000 chilometri. Ecco perché amo la bici.

(English version)

2000KMSabato scorso ho raggiunto la mia meta e l’ho superata: 2000 km in bicicletta, macinati dal 19 di aprile.Sono soddisfatta e felice.

Se mi avessero detto che un giorno mi sarebbe piaciuto andare in bici, non ci avrei mai e poi mai creduto.

La prima volta che andai su una bici da corsa fu una decina di anni fa.

 Da poco il mio fidanzato di allora, e marito di oggi, aveva parcheggiato la sua bici super professional nel mio garage e io, senza pensare alle possibili conseguenze, per riuscire a parcheggiare due auto nel posto di una sola, avevo lasciato il portone aperto e per aperto intendo SPALANCATO.

Va da sé che nel giro di due giorni (sì, l’ho lasciato così per due giorni), la bici sparì. Forever. Ricordo che era una Cannondale, che per la mia conoscenza del mondo bici, avrebbe potuto avere il valore di una Graziella… Non che ora mi intenda di biciclette, ma oggi posso capire cosa possa significare perdere una bicicletta. Se lui non mi ha uccisa, credo lo si debba esclusivamente al fatto che eravamo ancora solo fidanzati. Oggi, molto probabilmente, non lo farebbe, ma ci penserebbe su.

Era da poco venuto a vivere in questa città e il suo unico punto di riferimento, a parte me, era la bici. E per colpa mia, adesso non l’aveva più.

Ciononostante, ci sposammo. Alcuni amici, su leggerissimo suggerimento di mio marito, ci regalarono due biciclette. Proprio durante la festa che seguì la cerimonia del nostro matrimonio lui venne da me e mi disse: “Domani mattina… sorpresa! Ci hanno regalato due mountain bike, le ho già caricate in macchina e andiamo in Toscana!”. Quale gioia immensa…

montalcino-2004

Montalcino 2004

Ricordo distintamente ogni granellino delle strade bianche di Montalcino che mi sembrava non finissero mai, la discesa (e poi la salita) verso l’abbazia di Sant’Antimo …il sole di giugno che rispendeva sulle colline verdi, ma soprattutto, dopo 26 km, ricordo il mio male allucinante al sedere!

Sinceramente pensavo che la mia esperienza in bici, per quanto piacevole (sedere a triangolo a parte), fosse iniziata e finita lì.

Dopo un anno mio marito tornò all’attacco, per portarmi, però, con la bici da corsa. Mi sentivo ancora in colpa per la Cannondale che gli avevano rubato pochi mesi prima  (io vivo con il senso di colpa per tutto, se è per questo) e a questo si aggiunse il piccolo particolare che poco tempo dopo io tornai, come facevo anni prima, a lavorare a Roma, lasciandolo qui da solo durante la settimana. Quindi, va da sé, che mi fu servito su un piatto d’argento un altro senso di colpa.

Et voila. Ecco, forse, è per via del senso di colpa che oggi io vado in bici…

Per dirla tutta io ero follemente gelosa della bici, anzi di “questo ca..o di bici”, come la chiamavo. Non capivo che cosa ci fosse di così bello ad andare in giro e farsi un mazzo così per poi tornare a casa. A volte, in auto, avrei voluto tirarli sotto i ciclisti in mezzo alla strada!

Ad ogni modo, alla proposta di andare con la bici da corsa, non seppi dire di no. Ricordo ancora com’ero vestita il giorno della prova su sella, ricordo come mi sembrava difficile poter anche solo pensare di “governare” il manubrio, curvare, frenare e soprattutto restare in quella posizione assurda, come ripiegata su me stessa. E ricordo il giorno in cui salii per la prima volta sulla mia nuova bici, una Colnago tutta nera.

Nel negozio, tutti a chiedermi: “Sei sicura che saprai staccare i ganci delle pedaline?”. Io, spavalda “certo”. Vuoi provare ad andare qui sul marciapiede prima?” “No, tranquilli, adesso provo ad andare sulla strada”, dicevo convinta. Quindi, uscii dal negozio, in sella, e dietro di me, a piedi, mio marito e i proprietari del negozio. Feci un metro, due, tre, poi c’era la discesa del marciapiede per andare in strada. Discesa di sì e no 5, massimo 10 cm. Non so ancora come, ma feci un volo allucinante. Praticamente da ferma, caddi, insieme alla bici, sul lato destro. Ero sporca di sangue per un mega graffio su un ginocchio e sul braccio. Tutti quelli che erano lì a vedere la mia “messa su strada” corsero verso di me per controllare come stessi. Arrivò anche mio marito, mentre io cercavo di sollevarmi da terra e urlò: “Noooooooooooooo!!! Che botta! Hai rovinato la maniglia del freno!! Guarda! Noooooooooo!!!”.

Lì intuii che la strada sarebbe stata tutta in salita.

Quell’estate, nonostante durante la settimana lavorassi a Roma, e fossi a casa solo nei week end, da giugno a settembre feci 800 km. Ma oggi posso dirlo: senza passione.

Mia mamma, tutte le volte che mi ero lamentata con lei del fatto che mio marito andasse in bici, praticamente ogni volta che questo succedeva, mi aveva ripetuto “ma perché non vai anche tu, che ti farebbe bene?” e io, finalmente,  l’avevo ascoltata. Quindi andavo in  bici perché era un modo per stare con lui, che difficilmente avrebbe rinunciato ai suoi giri durante il week end. Dicevo che mi piaceva, ma ora mi rendo conto che non era vero, o forse in quel momento mi sembrava lo fosse, ma è imparagonabile a quello che significa per me andare in bici oggi. Oggi ho BISOGNO della mia bici. E davvero credo che se una persona non va in bici o ci va senza passione, non possa capire cosa significhi andare in bicicletta e goderne ogni attimo.

Non so come io abbia riniziato ad andare in bici e ad amarla per davvero. So che è stato un percorso lungo.

A dire il vero in questi ultimi 10 anni non avevo mai smesso di pedalare, fatto salvo il tempo delle gravidanze e annessi e connessi… facevo qualche giro al week end con mio marito fino al lago di Garda e ritorno, un po‘ di volte ho provato a salire il  monte Maddalena, qui a Brescia, finché  alla terza, in un tempo inestimabile, sono arrivata fino in cima, senza piangere (già successo), senza mandare a cagare mio marito (successo anche questo) , senza girare la bici e tornare a casa (pure questo), senza tutte e tre le condizioni precedenti messe insieme,  e poi tante salite in montagna d’estate. In poche parole ero  una ciclista per caso.

Andavo in bici e, mentre pedalavo in città verso la ciclabile,  il mio unico pensiero era: “Ti prego Dio fa’ che il semaforo all’incrocio sia verde!” ero terrorizzata dalle pedaline, dal non essere in grado di fermarmi senza schiantarmi al suolo. Avevo paura che il marciapiede fosse troppo basso per poter appoggiare il piede una volta ferma. Poi c’erano (e ci sono) le regole ferree di mio marito…ricordo che mi ripeteva mille volte di restare concentrata e quindi, non appena uscita di casa, al sabato mattina avevo il terrore di incontrare qualche amico (cosa che succede sempre, a dire il vero)  perché avevo e ho il divieto di fermarmi a salutare oppure ricordo una delle prime volte sulla ciclabile della Gavardina “Guarda, amore, i papaveri! “ dissi indicando un campo bellissimo. Lui “stai concentrata! Non siamo venuti in bici per vedere il panorama!”. Ecchecazzo! O ancora, dopo aver fatto Pinzolo-Campiglio (senza essere allenata) mi disse “che sgambatina!” “sgambatina???? Ma io ti ammazzo!!!”

Poi, l’anno scorso, al mio quarantesimo compleanno mio marito mi regalò una bici (SORPRESONA…) . Bici che io non ho assolutamente considerato per un anno e passa, a parte averla utilizzata per un’escursione in Austria (comodissimo , per altro, andare in vacanza con due auto per portare le bici… e altrettanto facile fare delle salite per me allucinanti, a 1500 metri di altitudine, con zero chilometri nelle gambe…). Da lì la mia bici è rimasta in garage in attesa di tempi migliori che, sinceramente, pensavo non sarebbero mai arrivati. Passò l’autunno e poi l’inverno. Arrivò poi la primavera di quest’anno. La mattina del 19 aprile, mio marito mi chiese, per la miliardesima volta, se volessi andare con lui in bici. Non so perché dissi di sì, proprio non lo so. Forse ripensai a mia mamma quando mi ripeteva “vai in bici con lui”, forse perché da quando ci sono le bambine non passiamo mai un momento da soli, forse semplicemente perché lo amo, ma ci andai.

Mi feci prestare una maglia, perché non ricordavo nemmeno dove avessi messo le mie. Feci solo 16 chilometri e mi sembrava di essere nel film Shining. Una paura bestiale! Ogni minimo soffio di vento mi faceva ondeggiare la bici, o per lo meno così mi pareva;  mi sentivo perennemente in bilico ed era tornato l’incubo delle pedaline, di come agganciarle prima e come sganciarle poi. Ma tornata a casa, ammisi a me stessa che era stato molto piacevole. Andai anche dopo due giorni, stesso percorso, solo un po’ più veloce, anzi diciamo meno lenta.

Poi, come ho già scritto qui sul blog, pochi giorni dopo, ebbi un’illuminazione e chiesi ad una mamma della scuola di mia figlia, una specie di wonder woman, che fa mille gare tipo half iron woman e imprese impossibili, se volesse allenarmi. Stabilimmo 10 lezioni, da due ore l’una. E da lì mi è scattato qualcosa. Senza nulla togliere a mio marito, andare con Cristina mi ha fatto capire che la bici poteva anche essere divertente. Con mio marito mi sono sempre sentita non all’altezza della situazione, perché è vero, io non sono all’altezza, ovviamente, ma non è che uno te lo debba sottolineare. Forse lui non lo sottolinea nemmeno, sono io che mi sento sempre così. Con Cristina e con il suo modo “molto fine” è stato diverso. Non appena con la coda dell’occhio vedeva che io rallentavo  urlava “Pedala! Pedalaaaaaaa, Ari, Fi.a!!!”, io mi vergognavo tantissimo, e quindi pedalavo, eccome! Pedalavo e ridevo, ridevo e pedalavo!

Ricordo la prima uscita con la Cri, sul Montenetto,  a sud della città, lei che mi diceva “vedi che bei colori intorno a noi?” e io non vedevo niente perché ero concentrata sulla mia bicicletta e a quel punto della mia vita ciclistica, non sarei mai riuscita a fare due cose insieme. Dopo che Cristina, come ho raccontato qui, senza avvertirmi, una volta che avevo nelle gambe 500 km, mi fece salire per la San Gallo- Serle e io ce la feci, e riuscii anche a rispondere a tono al tuttologo mentre stavo pedalando, mi disse “Ora sei pronta per fare la Maddalena”, non mi sembrava vero!

E la settimana successiva la feci. Arrivai fino in cima. (10 chilometri di salita, 600 metri di dislivello e non molla mai) La Cri era sconvolta dal fatto che io ogni tanto mi fermassi a fotografare l’impresa, perché davvero per me era un’impresa! Arrivai in cima e mi piacque talmente, che due giorni dopo la rifeci.

 La Maddalena non è l’Everest, ma, come scrissi sulla mia pagina Facebook, è stato il MIO Everest personale. La seconda volta che la feci, ricordo era un giovedì di giugno di quest’anno.  Il giorno prima, nel fare una visita da un endocrinologo , così, d’emblée, mi disse “guardi che c’è la possibilità che lei abbia un cancro alla tiroide”. Così, quando non te l’aspetti. E il giorno dopo, sulla Maddalena, pedalata dopo pedalata, io pensavo alla vita, alla MIA vita, alle mie figlie, alla paura, come non avevo mai fatto in vita mia. Io che non ho mai avuto paura della morte, certa che questa che stiamo vivendo sia solo una prova per il dopo, mi sono riscoperta attaccata alla vita, e con una paura incredibile. Salire fino in cima, curva dopo curva, tornante dopo tornante e spingere le gambe con tutta la forza possibile, ha significato per me qualcosa che non dimenticherò mai. Arrivare in cima era una sfida con me stessa, che ho vinto e che ho rivinto, da allora, tante altre volte, anche dopo che il pericolo del cancro è, per fortuna, sparito.  Ho vinto e rivinto la sfida con me stessa quando la mattina, anche dopo essere tornata dalle vacanze, senza più tanto allenamento continuo, ho preso la mia bici e da sola, piano piano,  sono arrivata fino in cima o ancora….ho vinto al tramonto, con mio marito, cullati dalla luce del sole che piano piano se ne va e dalle ombre che si allungano sulla strada ormai scura.

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In questi sei mesi di bici ho scoperto che si può, sì, guardare il panorama e nel frattempo andare in bici, ma aveva ragione mio marito, prima è necessario prendere confidenza con la bicicletta ed io aggiungo rispettarla e amarla. La concentrazione è tutto. Se io, che ho il fisico più lontano al mondo dal ciclista o da un’atleta, io che sembro Barbamamma, riesco in poco più di un’ora e venti a fare la Maddalena, lo possono fare tutti, a patto, però, che lo vogliano. Perché sono arrivata alla convinzione che è tutto nella testa, nella concentrazione, nella voglia e nella passione. Vado ancora in bici con mio marito e adesso è bellissimo. Certo, ci sono volte in cui mi incazzo ancora perché lui mi dice di stare in scia, io non sto in scia e lui se ne va avanti senza controllare se io sia ancora viva e vegeta, volte in cui io lo chiamo e lui, avanti, non sente e allora sembro una pazza isterica che urla il suo nome nel bel mezzo del nulla e poi, quando finalmente mi sente, mi sono dimenticata cosa gli volessi dire. Ogni tanto mi sento ancora non all’altezza, ma vivo per i momenti in cui, colta da non so quale raptus, in pianura, “volo” a trentacinque all’ora e al semaforo lui mi raggiunge e mi chiede se mi abbiamo messo il peperoncino sul sedere… So che lui ha le sue regole, io ormai le ho imparate a memoria e le rispetto. Io ho la mia, che è: “prima di tutto la bici è un piacere, non un dovere” . Se non me la sento, quindi, non ci vado. Questa regola è però molto spesso infranta perché se fosse per la mia pigrizia, il 90% delle volte, starei a casa. Sono riconoscente a mio marito perché, conoscendomi bene, insiste, finché io non mi faccio forza, esco dal mio pigiama del sabato mattina e inforco la bici, ben felice, poi di averlo fatto. Grazie a questa passione comune, insieme, stiamo percorrendo nuove strade, stiamo scoprendo nuovi percorsi, luoghi a un passo da casa, davvero meravigliosi.  La mia non è più una bici, ma è la MIA bici, la mia meravigliosa e insostituibile bici.

IMG_3631Questi 2000 chilometri sulla mia bicicletta da corsa, che tornerà purtroppo in garage fino a primavera per lasciare ora spazio alla mountain bike sono stati 2000 chilometri di scoperta della natura e del territorio attorno a me, 2000 chilometri in cui mi sono sentita parte di un mondo parallelo che mi ha accolta e coccolata, ma soprattutto 2000 chilometri di viaggio dentro di me.

Abbigliamento per il ciclismo in autunno

Scegliere l’abbigliamento corretto è alla base di una buona uscita in bicicletta. Il segreto per l’autunno è tutto qui: vestirsi a strati. Se poi abbiamo anche dell’abbigliamento di qualità, certo aiuta. Siccome in questa stagione, e mai come in questi giorni, non si può mai sapere se il sole sia caldo, se il vento cominci a soffiare e se decida di piovere all’improvviso, ecco, non facciamoci trovare impreparati. Dobbiamo, quindi, avere un abbigliamento versatile.

PIEDI

Iniziamo dai piedi. Se abbiamo freddo ai piedi, abbiamo freddo ovunque. Quindi andiamo di calze leggere, ma che tengano caldo, che non facciano le grinze sotto al piede e che, soprattutto, lo lascino traspirare.

Nel mio armadio ho due tipi di calze che ho usato all’inizio della primavera, e che uso adesso , ad autunno iniziato e con le quali mi trovo molto bene.

spring-fall-assosQueste calze di Assos sono molto morbide grazie al  70% di Coolmax, un tessuto performante che permette la traspirazione e l’evaporazione del sudore dei piedi molto velocemente, 21% poliammide e 9% elastan. Sono molto sottili e comode.

Se siete freddolosi, però, secondo me, sono meglio queste:

 assos-socksSono leggermente più alte delle precedenti, così siete sicuri di non avere freddo alle caviglie, anche se doveste indossare i pantaloni a ¾. Sono delle nuove calze di Assos, che sono fantastiche. Anche queste sono leggere, ma leggermente più spesse di quelle sopra. Gli inserti in fibre di elastane aiutano la circolazione sanguinea del corpo. Si adattano perfettamente al piede, senza fare alcuna grinza, che quando, invece, succede, è uno dei fastidi peggiori per il ciclista. Anche in questo caso, il piede traspira e non suda mai.

SOTTOCASCO

sottocasco Una delle cose che mi dà fastidio quando vado in bici sono i moscerini che entrano nel casco e quindi si spiaccicano sui capelli. Per evitare questo, ma soprattutto in questa stagione, evitare che mi si congeli la testa nelle mattine molto fredde, ho scelto un sottocasco. In realtà non è che ne abbia provati altri. Comunque ho comprato questo di Zero RH e mi trovo molto bene. (ha delle bande riflettenti, che sinceramente mi chiedo a cosa servano visto che lo si mette sotto al casco. Mah!)

MAGLIETTA TERMICA

Mio marito usa una canottiera termica traforata bianca, che, la prima volta che gliel’ho vista addosso, sono stata colta da una crisi di riso che non finiva più. Dire che è orrenda, sarebbe farle un complimento. Però pare che funzioni. (senza andare a spendere un’enormità, alla Decathlon ne trovare di ottime)

Personalmente, io mi rifiuto. Le trovo troppo spesse, troppo lunghe e veramente inguardabili.

Io uso una maglietta termica a mezze maniche della ODLO, che utilizzo anche per lo sci e che mi protegge, lasciando traspirare la pelle.

MAGLIA A MANICHE LUNGHE

Consiglio una maglia in wind stopper, la cui funzione principale è quella di proteggerci dal vento, e, ovviamente, dal freddo. Sarebbe meglio che avesse una zip frontale, in modo da poterla aprire se avessimo troppo calso. Inutile mettere una giacca invernale, magari felpata, quando è ancora autunno; si rischierebbe di avere troppo caldo, rovinando così una piacevole uscita in bici.

 PANTALONI

A meno che non siate super freddolosi, in autunno è inutile mettersi i pantaloni lunghi, non stiamo andando  in bicicletta in Siberia…

Io uso sempre  i pantaloni tre quarti di RH, con cui mi trovo molto bene perché hanno una patta comoda. Non sono una fan delle salopette, ma in autunno forse meglio queste dei pantaloni, perché sentire l’aria frizzante che entra sulla schiena, non è il massimo. Dovrò comprarne una.

Mio marito, che è ancora meno freddoloso di me, per tutta la durata dell’autunno, usa le salopette con pantaloncini corti, aggiungendo, a seconda della temperatura della giornata, i gambali, per tenere caldo il ginocchio.

MANICOTTI E GAMBALI

I manicotti e i gambali sono la soluzione ideale per le giornate autunnali incerte. La settimana scorsa ho fatto un giro della Franciacorta, con pantaloni a tre quarti e maglia a maniche lunghe. Il caldo improvviso (27 gradi in pieno autunno!) mi ha rovinato il giro in bicicletta. Stavo morendo di caldo! Per questo tipo di situazioni la soluzione migliore sono i manicotti e gambali, da tenere nella tasca posteriore della maglia e usare all’occorenza, tipo alla mattina presto o se dobbiamo affrontare una discesa lunga. Questi qui sotto sono quelli che uso io, che non sono molto professionali (li avevano regalati a mio marito quando partecipiò al Trittico del Ticino), ma svolgono bene la loro funzione. (quando li uso, ritorno agli anni ’80 e mi sento molto la protagonista di Flashdance, ma questo è un altro discorso…)

warmersassos-leg-warmersQuesti, invece, sono quelli che usa mio marito, di Assos, e sono sicuramente più  profesionnali. In questa pagina trovate in inglese, un’interessante recensione al propostio. http://www.cxmagazine.com/clothing-review-assos-legwarmers-armwarmers

GUANTI

Io, finchè posso, non uso i guanti e se lo faccio, utilizzo i guanti a mezze dita perché non sopporto avere caldo alle mani, ma alla fine dell’autunno (attorno ai 10° gradi) mi devo arrendere all’idea che fa freddo e che le mani sono esposte al vento…qui opto per questi guanti della North Wave, con membrana antivento.

 gloves

SCALDACOLLO

Personalmente ho dei problemi al collo e quando vado in bici in autunno preferisco tenerlo al caldo. Per questo uso lo scaldacollo.

neck-warmerAdesso siete pronti per affrontare l’autunno!

PS: se ho scordato qualcosa, aggiungete pure! Grazie!

Brescia – Desenzano – Sirmione e ritorno. (con Virginia Woolf and company)

(English version here)

Sabato scorso, quando mi sono svegliata, sapendo che sarei andata in bici con mio marito, avrei tanto voluto restare nel letto. Sveglia, ero sveglia. Da tempo. Mia figlia piccola si era alzata alle 6 e mezza. A volte penso che lei voglia godere di ogni singolo attimo della sua vita e non sprecarne nemmeno uno dormendo. Solo che lei non ha ancora 3 anni e di giorno, poi, si riposa, io a 41 durante il giorno sono morta.

Comunque, nonostante la mia stanchezza, mi sono fatta forza e mi sono auto-convinta che andare in bici non avrebbe potuto far altro che bene, se non altro mi avrebbe svegliata! Ammiro molto quelli, come mio marito, ad esempio, che si svegliano con la voglia di andare in bici. Io, soprattutto al week end, mi farei pestare piuttosto di uscire dal mio pigiama, ma so che poi, una volta in sella, tutto cambierà e che quando sarò nuovamente a casa, starò già sperando di poter andare al più presto in bici. La mia è solo pigrizia.

 Così ho svolto il solito rito della preparazione: lenti a contatto, fascia cardiaca, maglietta invernale, giacca e pantaloni da mezza stagione, calze lunghe, scarpe, guanti, casco, Garmin acceso, e via. Mi sono pure gonfiata le gomme da sola. Poi, ovviamente, è arrivato mio marito, che non si fida,e me le ha rigonfiate. Ma questo è normale. Così come è normale che io gli dica: “stamattina sono distrutta, al massimo potremmo arrivare fino a Salò, visto che non l’abbiamo ancora fatto e torniamo. Saranno 50/55 km, va bene?”. Lui, as usual, mi risponde “Certo!”. Ormai lo sa che io rompo sempre, a prescindere. Forse lo so anche io, ma è che io “mi porto avanti”, nel senso che se poi, davvero, voglio fare pochi chilometri, posso sempre dire “te l’avevo detto”. In realtà, per ora, non è mai successo che io volessi tornare indietro.

 Alla fine ne abbiamo fatti 92. E a Salò non ci siamo andati.

Ecco la mia uscita

Sabato 19.10 2013

mappa Brescia- Desenzano - SirmioneMentre esco dal portone di casa, in sella alla mia bici penso “Non ce la farò mai, davvero questa mattina, non ce la posso fare.” Il cielo è grigissimo, fa freddo, ho sonno.

 A differenza del solito tragitto, non prendiamo la ciclabile. Vogliamo arrivare direttamente a Salò senza perdere tempo. Lungo Viale Venezia, per uscire dal centro città, come ogni santissima volta che vado in bici e la percorro, ci sono due auto tranquillamente parcheggiate (sempre le stesse due) sulla pista ciclabile. E ogni volta penso avrei una irrefrenabile voglia di  distruggerle a sassate. Tu stai arrivando a 25 all’ora sulla corsia riservata alle bici e nel frattempo stai già ringraziando Dio perchè, nel tratto di strada precedente, qualche auto parcheggiata a lisca di pesce, nel fare retromarcia, non ti ha steso e ora stai pregando che le auto che sfrecciano alla tua sinistra non ti tirino sotto. A quel punto, all’improvviso, sul cammino ti imbatti nelle macchine parcheggiate sulla ciclabile. I due incivili, cioò i proprietari, sono molto fortunati a non avermi mai beccata mentre arrivo in bici perché, con chi parcheggia sulla ciclabile, io do il peggio del peggio di me. La settimana scorsa, sempre in Viale Venezia, mentre arrivavo da Sant’Eufemia a 32 all’ora, uno CON UN CAMPER avanzava tranquillamente indisturbato sulla ciclabile. Non posso ripetere quello che gli ho urlato, dopo che mi sono avvicinata e, con una mano sul manubrio, con l’altra gli ho bussato al vetro. Per essere sicura che capisse, visto che aveva la targa della repubblica ceca, gli ho parlato (diciamo pure urlato) pure in inglese.

 Comunque….mio marito ed io abbiamo preso la ciclabile a Pontenove, direzione Lago di Garda.

Mentre sto pedalando tra i campi arati, sui quali, rispetto alla settimana scorsa, sta già spuntando l’erba verde, il mio pensiero vola. E non so come e non so perché, e sono due giorni che me lo domando, penso a Mrs. Dalloway. Per chi non lo avesse letto, Mrs Dalloway è il nome della protagonista di un libro di Virginia Woolf, da cui prende il nome il titolo.

Sono anni e anni che non leggo un suo libro, eppure, all’improvviso è come se Mrs. Dalloway fosse qui con me e con lei alcuni dei protagonisti di questo e di altri romanzi di Virginia Woolf.

E allora, mentre passo attraverso la ciclabile circondata dai campi coi cavalli bianchi, penso a quanto io abbia amato Virginia Woolf, a come ero affascinata dal suo aver creato insieme al fratello, il Bloomsbury Group. Ricordo che, quando ne leggevo la storia, immaginavo tutti insieme questi scrittori, poeti, pensatori, artisti che una volta la settimana si incontravamo e discutevano di Estetica, di Filosofia e ovviamente di Letteratura. Ricordo ancora, distintamente, il mio sentimento di allora, quasi di invidia (lo so, sembra assurdo, ma forse in effetti, io sono assurda), nei loro confronti. Invidia condita, però, con affetto, e ovviamente grande, grandissimo rispetto e incommensurabile ammirazione.  Non so cosa avrei dato per vivere anche io nell’epoca vittoriana, se non altro per poterla criticare e soprattutto mi chiedo come sarebbe stato se solo anche io avessi potuto conoscere Virginia Woolf; avrei voluto assaporare ogni parola detta o scritta a quelle riunioni, ascoltare, imparare. Per me Mrs Dalloway è stata un’illuminazione. Prima di allora non mi era mai capitato di leggere un romanzo che si svolgesse in una sola giornata. Ho amato e apprezzato non tanto la trama in sé e per sé, ma il modo inusuale con cui la Woolf racconta una storia esclusivamente dalla prospettiva interiore della protagonista; ho amato i repentini viaggi nel tempo, tramite i pensieri e le emozioni di Clarissa Dalloway, i suoi monologi e i soliloqui come se il tempo e lo spazio si fondessero; il passato, il presente e il futuro scorressero sullo stesso piano, mossi da un ricordo nato da un oggetto, una frase, un pensiero. Rimasi veramente affascinata da questa lettura anche se, sinceramente, fino a questa mattina, pensavo di avere dimenticato tutto. Pensare allo “stream of consciousness” di Clarissa, non può non farmi volare col pensiero, tra una pedalata e l’altra, a James Joyce.

Ad un cento punto della mia vita mi ero follemente innamorata di Joyce. Mi rivedo da giovane (anzi diciamo, da “più” giovane”) impegnata a leggere l’Ulysse, senza riuscire ad arrivare fino all’ultima pagina e soprattutto senza avere le capacità di capirlo fino in fondo, ma comunque coinvolta, appunto, nello “stream of consciousness” dei protagonisti e ora i miei ricordi vanno alla più semplice lettura e interpretazione di The Dubliners, che tanto mi hanno fatto interessare all’Irlanda, nonostante il punto di vista di Joyce su quella che lui definisce come una sorta di “paralisi”,che ostacola la rinascita e il cambiamento della società irlandese del tempo, ma che potrebbe rappresentare tutto il mondo e quindi anche noi stessi.  Ricordo che il mio racconto preferito, o forse, l’unico che mi ricordi distintamente era “The Dead”. Anche qui, non so come e non so perché, ma mi torna in mente all’improvviso il senso di smarrimento del protagonista prima e la sua presa di coscienza poi, tormentato dal dilemma se sia meglio il lasciarsi morire dentro quando si è giovani o da vecchi, quando gli errori commessi crescono a dismisura. E ponendosi questo dilemma si era finalmente tolto la maschera, a differenza degli altri protagonisti dei Dubliners, che mai si mettono in discussione, e mentre lo leggevo, mi chiedevo se poi, gli irlandesi, avessero reagito…se qualcosa fosse cambiato. E fu proprio, forse, da quel momento che iniziai a studiare con profondo amore la storia dell’Irlanda, da ogni punto di vista, dalla letteratura alla storia, dalla poesia alle origini, dai miti Celti, alle leggende legata a San Patrizio, da Oscar Wilde ai poeti, da WB Yeats, che forse ho amato più di tutti, a Séamus Heaney..e via dicendo.

 Quando ero immersa in queste letture non potevo neanche immaginare, che poi, tanti anni dopo,  sarei andata a vivere proprio a Dublino e avrei attraversato anche io le strade che avevano percorso i miei scrittori/poeti preferiti e i protagonisti delle loro storie.

cicalbile-verso-desenzano

E mentre passo in bici dalla campagna di Barcuzzi, il tempo vola e non sento la fatica, immensa, nel mio personale stream of consciunsess… torno al Bloomsbury Group e penso a TS Eliot, del cui gruppo sembra abbia fatto parte. Penso a quanto abbia odiato studiare The Waste Land, quando dovevo studiarlo, e quanto abbia, invece amato “the Hollow men”.  Ricordo di aver letto da qualche parte che Virginia Woolf aveva scritto a TS Eliot per avvisarlo che il gruppo aveva fatto una sorta di colletta che gli avrebbe permesso  di lasciare il lavoro in banca per dedicarsi solo ed esclusivamente alla letteratura. Quanto avrei voluto conoscere questa banda di matti!

Quanto avrei voluto conoscerli! Quando avrei voluto esserci anche io.

Ogni tanto mio marito si gira per controllare che io sia “in scia” e ci sono. Quest’oggi sono proprio in forma. Sto pedalando con tanti di quegli scrittori che mi danno una carica pazzesca! Ma non glielo dico….

 Arriviamo dove la ciclabile si divide: a sinistra per Salò, a destra per Desenzano.

Qui, il primo cambio di programma. Chiedo a mio marito se sia mai stato a Desenzano e scopro , con sorpresa, che non l’ha mai vista. Allora decidiamo di non seguire, come al solito, sulla ciclabile dalla Valtenesi, ma di andare verso Desenzano. Peccato che, appena finita la discesa (ripidissima e pericolosissima – solo dei pazzi possono pensare, secondo me, di fare arrivare la ciclabile in un punto così ripido e pieno zeppo di dissuasori della velocità in cemento messi in parallelo) – i cartelli della ciclabile svaniscano nel nulla. Noi evidentemente sbagliamo perché seguiamo le indicazioni “lago” a sinistra, per poi giungere sulla provinciale alberata, che riconosco essere dopo Desenzano, in direzione Salò. Quindi giriamo le bici, raggiungo a piedi un semaforo con il bottone per i pedoni, attendo il rosso per le auto e attraversiamo, senza farci spianare. Dopo un paio di chilometri, sempre seguendo la provinciale, entriamo a Desenzano.

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Le nuvole si sono dipanate. Il sole è pallido, ma la luce è meravigliosa. Ci sono molte persone per la passeggiatina del sabato. Sembra di essere lontano anni luce da Brescia. Facciamo un giretto nel centro e poi ci fermiamo a fotografare il porticciolo. Lontano vedo un piccolo faro. E non posso non ripensare a  Virginia Woolf e al suo “to the lighthouse”. Ma è tempo di andare. desenzano

Osservando il lago, si distingue chiaramente la penisola di Sirmione e scopro che mio marito non è mai stato nemmeno lì. E allora, cambiamo definitivamente il nostro programma, e andiamo verso Sirmione.

Castello di SirmioneE’ bellissima. Piena di turisti stranieri, manco fosse Venezia in piena estate. Sono tutti accalcati all’entrata del castello scaligero, unico punto di accesso al paese. All’interno, tra le viuzze strette, un paio di vigili cercano, invano, di far defluire la folla e far transitare le auto che qui passano a mala pena. (possono circolare solo i residenti e gli ospiti degli alberghi). E’ impossibile, però, non soffermarsi a testa in su ad osservare le mura e le torri con la merlatura a coda di rondine, che ospitano gabbiani in cerca di riposo.

sirmioneCi facciamo strada tra la gente, cercando di non cadere dalla bici e ci fermiamo a fare qualche fotografia. Questo castello è affascinante. Trovo che abbia qualcosa di sinistro. Quando tornerò a casa, nel pomeriggio, scoprirò una leggenda ad esso legata:

“ Nel castello tanto tempo fa viveva una felice coppia di sposi: la bellissima Arice e Ebengardo. Durante una notte buia e tempestosa, un uomo bussò alla porta del castello in cerca di riparo. I giovani innamorati lo accolsero con piacere. Si trattava di Elalberto, marchese di Feltrino. Ammaliato dalla bellezza di Arice, durante la stessa notte, Elalberto entrò furtivamente nella sua stanza con l’intento di approfittare di lei. Arice cercò di difendesi strenuamente e le sue urla disperate richiamarono l’attenzione del marito Ebengardo. Quando, poi, arrivò, allarmato, nella stanza della moglie la trovò morta, pugnalata dalla furia di Elalberto. Dopo una violenta colluttazione, Elalberto muore trafitto dal suo stesso pugnale e da quel giorno il fantasma di Ebengardo vaga per il castello , condannato a rimanere tra i viventi, separato da lei.”

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Continuiamo a pedalare fino alle grotte di Catullo, senza però arrivare al cancello d’entrata perché il manto è fatto di ghiaia e non sarebbe il massimo bucare le gomme così lontano da casa.

Ricordo che l’ultima volta che fui a Sirmione, stavo studiando in Francia per l’Erasmus e venni in Italia con alcuni amici, come turista. Pazzesco che siano passati quasi 20 anni.

Il tempo vola davvero! Per via di tempo, è già mezzogiorno e noi dobbiamo tornare, abbiamo già fatto quasi 50 chilometri! Sulla via del ritorno, appena lasciata Sirmione alle spalle, scorgo la torre di San Martino e Solferino e siccome i cartelli indicano solo 3 km di distanza, penso che non sarebbe male fare una capatina anche lì. Andiamo in quella direzione e ci perdiamo. Poi, nonostante mio marito, come tutti gli uomini, non voglia chiedere indicazioni stradali per principio (non si sa quale sia questo principio, per altro!) fermo un signore e gli chiedo dove si vada per la torre. Alla fine, riusciamo ad arrivare. Nel giungere alla torre, dico a mio marito che a destra si trova l’ossario. Mi dice che non ha capito. Inizio a spiegargli, ma già a sentire le parole “teschi” e “scheletri”, vedo che cambia espressione e mi dice: “lascia stare, dai, andiamo avanti”.

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Ci fermiamo un attimo a fare alcune foto alla torre e poi cerchiamo la via del ritorno. Questa caccia al tesoro per la via del ritorno dura un’infinità di tempo.

A questo proposito vorrei dire a quei geni che hanno messo i cartelli “ciclovia del Garda”, che mettere cartelli con un pallino rosso e uno verde e frecce varie, NON SERVE ASSOLUTAMENTE A UN BEL NIENTE! Perché non è che uno sa a cosa corrisponda il minchia di pallino rosso o quello verde! Prendete esempio dai cartelli delle piste ciclabili, i cartelli marroni per intendersi! Quelli hanno il nome della destinazione e i chilometri che mancano per arrivarci. Non mi sembra che ci voglia un genio della navigazione satellitare per arrivarci!

 Ci affidiamo a google maps, ma il mio telefonino dopo 5 minuti si scarica. Alla fine andiamo a “naso”. Passiamo alcune colline moreniche. Paesaggio stupendo, ma dopo che hai bevuto solo un caffè alle 9 del mattino, hai pedalato 60 km, hai freddo e fame, la salita non è esattamente quello che vorresti affrontare. Finalmente troviamo il centro commerciale Leone alla nostra sinistra e quindi capiamo di essere, se non altro, nella direzione giusta, verso Brescia. In centro al paese incontriamo una signora che, vedendoci in difficoltà ci chiede “do-ve do-ve-te an-da-re?” piano piano, scandendo bene le sillabe, forse scambiandoci per stranieri; del resto questo è un classico della mia vita e non ho mai capito il perché. Mio marito fa finta di niente, come se fosse estraneo alla cosa, perché, come ben sapete, questo è uno dei pilastri della saggezza della bici secondo mio marito. Io, ovviamente, invece, apprezzo l’aiuto e le rispondo “a Brescia”. Allora la signora, cambia atteggiamento e sfodera tutta la sua brescianità “pota ma alura l’è facil fess, ta podet mia sbaglià! Gira de che – indicando la strada dietro di lei – e po’ va aanti, gira a destro, e po va semper semper dritta che edaret che riet a Bresà!” Ringrazio. Mio marito annuisce e mi sembra che accenni un grazie e partiamo. Sto morendo dalla fame e dai crampi ai piedi. Seguiamo le indicazioni della signora, vado velocissima perché non vedo l’ora di arrivare a casa. Mio marito mi raggiunge e mi chiede, con il suo aplomb inglese: “scusa amore, ma…ti hanno messo il peperoncino sul culo?” Non riesco a smettere di ridere.

Passiamo Mazzano, Rezzato, entriamo a Brescia e finalmente arriviamo nel garage di casa. Scendo dalla bici, tolgo la borraccia, ormai vuota e stacco il Garmin, salvando la corsa. Abbiamo fatto 92 chilometri. Sono veramente distrutta.

Entro in casa, le mie bambine mi corrono incontro a braccia aperte e mi chiedono “mamma, finalmente sei arrivata! Adesso giochi con noi?”. 🙂

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60 km di gioia e un PS per mio marito

percorso bici -171013(English version here)

L’altra sera sono andata a dormire con un desiderio pazzesco di andare in bici. Solitamente al mattino, con la stessa intensità, trovo qualsiasi scusa perché questo desiderio svanisca. Invece ieri mattina, mi sono svegliata alle 7 meno dieci arzillissima, nonostante la mia bambina piccola, come al solito non ci avesse lasciato dormire, e in men che non si dica ero pronta per uscire con la mia bici.

Ho preparato la mia bambina grande per la scuola e siamo partite. Lei a piedi e io con la mia Pinarello Dogma 2 e con lo zaino di scuola delle Winx sulle spalle.

Arrivata a scuola, mia figlia ha voluto che , dal portone, aspettassi che salisse in classe con tutti i suoi compagni, per mandarle il bacio. Mi sentivo leggerissimamente a disagio, tra gli altri genitori vestiti in modo consono, e io con la mia tutina fasciante che non nasconde, anzi esalta, ogni cm2 di grasso, ma alla fine ho pensato “machemmefrega?” e così sono rimasta sul portone di entrata, tenendo la bici in piedi per il manubrio, con le mie scarpe coi tacchetti, il casco e gli occhiali da sole…la nota positiva è che nonostante il mio aspetto, i bambini non si sono spaventati! Anzi, mi sembrano divertiti!

Poi sono partita per un giretto in solitaria ed è stato bellissimo.

gavardinaMi rendo conto che sembro ripetitiva. Nel senso che ogni qual volta io scriva circa un mio giro in bici, dico che è stato bellissimo. Ma davvero è così! Ci sono uscite che non mi esaltano, tipo quella sul lago d’Iseo, ma in linea di massima, potrei fare lo stesso percorso 100 volte e ogni singola volta scoprirei qualcosa di nuovo, non necessariamente intorno a me, magari anche dentro di me. E mentre pedalo, sorrido. Poi mi rendo conto che sto sorridendo e allora mi scappa una risata. Sì, lo riconosco, sembro pazza, ma se non andate in bici, non potete capire…

mulino

Mentre percorro la Gavardina, io saluto gli alberi, il fiume e via dicendo (mi fermo qui, perché capisco che sembro pazza) e, come ho avuto già modo di scrivere, io mi sento ricambiata.

Naviglio Grande di BresciaIncontro, nella mia direzione e in quella opposta, altri “pedalatori” del mattino, di diverse specie…anziani che nonostante l’età sono ancora sulla bici da corsa e che, di norma, ci rimangono malissimo se li superi e a costo di un colpo apoplettico, ti DEVONO ri-superare per dimostrare a se stessi di farcela ancora.. nonni che usano la ciclabile per far fare la passeggiatina ai nipotini in carrozzella e che ogni tre passi si fermano per controllare se il bambino stia bene…signore di una certa età che fanno il jogging mattutino e che chiacchierano fitto fitto tra di loro…coppie di stranieri che fanno cicloturismo e hanno le bici, immagino strapesanti, stracolme di bagagli e ciononostante sembrano sempre felici e soddisfatti…e tutti, bene o male, si scambiano un cenno di saluto, un fugace cenno del capo, un formale “buongiorno” o, più spesso, un “ciao”.   E’ un saluto che non costa niente, e che fa piacere. O per lo meno a me fa molto piacere. Tutte le volte che mi capita, ho come l’impressione di essere in un non luogo parallelo al mondo “normale”, dove tutti sono gentili, dove anche se per un nanosecondo, tutti sono amici.

Come ho scritto sulla mia pagina di Facebook, la bici fa davvero bene, al cuore e all’anima.

PS per mio marito: come puoi vedere nel giro del ritorno da Gavardo a casa ho fatto una media per me altissima. SAPPI CHE FOSS’NCHE TRA 5 ANNI, PRIMA O POI RIUSCIRO’ A FARE I TUOI TEMPI! Intanto…sto in scia.

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