Brescia – Gavardo – Brescia con Dora l’esploratrice

monica-dora

Troppi episodi di Dora l’Esploratrice fanno male!

Oggi, per la prima volta, sono io che “insegno” (le virgolette sono super d’obbligo) la bicicletta ad una mia amica. Monica vuole iniziare a pedalare. Abbiamo fatto qualche escursione due estati fa in Austria, con la bici a pedalata assistita e domenica scorsa è andata con suo marito sulla ciclabile della Franciacorta. Sa, e so, che presto si appassionerà. Mi ha chiesto se avessi voglia di andare insieme a lei e io sono certa che saprò trasmetterle l’amore e la passione che coltivo per questo magnifico sport.

Mi sembra quasi impossibile che oggi, proprio io che anni fa odiavo che mio marito al week end mi “mollasse” per la bici, oggi sia qui a spiegare a qualcun altro perché amo visceralmente la bicicletta, ma tant’è. Per me la bici rappresenta un’infinità di cose, una trasmette una marea di emozioni positive e ogni volta che ci salgo so che sarà speciale. E così è. Da sola, cosa che prediligo in assoluto, o in compagnia, la bici mi dà sempre qualcosa, e io in cambio, do il mio impegno, la mia fatica. Come ho già avuto modo di scrivere, stare in bici mi fa sentire un tutt’uno con la natura che mi circonda, sento di farne parte e di essere ricambiata. Mi capita di sorridere tantissimo in bicicletta. Apparentemente senza motivo. In realtà, perché sono felice. Sono riconoscente di poter andare in bici, di poter assaporare ogni singolo momento, da sola, seduta in sella, con le mani sul manubrio, guardo il cielo, le nuvole o il sole accecante, i campi arati attorno a me, gli uccellini appollaiati sui fili della corrente…le rondini che in gruppo volano in cielo, i papaveri rossi in campi verdi che sembrano infiniti, e ancora…il lago visto dall’alto che sembra un dipinto…adoro passare nelle strade di campagna, con casolari sparsi qua e là dove, almeno da lontano, sembra che il tempo si sia fermato e la mia memoria torna a quand’ero piccola e mio zio Cili mi portava, in piedi, sul suo motorino e andavamo in quella che allora era aperta campagna e oggi è prima periferia, a vedere i conigli!

Monica ed io ci dobbiamo incontrare alle 9 e un quarto a Sant’Eufemia, così io riesco a portare mia figlia grande a scuola, alle 8, torno a casa, mi cambio, preparo l’occorrente , gonfio le ruote e raggiungo lei, che, a sua volta, ma alle 9, porta sua figlia a scuola e, con la bici nel bagagliaio, parcheggia e mi aspetta pronta in sella. Cioè questo era il piano originale con calcolo dei tempi al nanosecondo. Ma…appena ho finito di gonfiare le ruote della bici, compito che di norma è affidato a mio marito il quale non si fida che me ne occupi io, controllo se ho tutto…Garmin acceso e al suo posto, sopra al manubrio ok, telefono connesso al Garmin ok, borraccia piena, ok, (anche la borraccia di norma la prepara mio marito, perchè non si fida…) casco in testa ok, mantellina e apri cancello nella tasca posteriore: ok. Sto per partire, con un paio di minuti di ritardo, ma noooo! mi suona il telefono, che avevo appena posizionato sotto alla mantellina. E’ Monica, che mi sta aspettando. “Scusa, non è che mi porteresti una maglia a maniche lunghe per favore?” io rimango un po’ interdetta dalla domanda, non solo perché ci sono 23 gradi, ma perché la sto raggiungendo in bici, dove potrei mettere mai una maglietta?  Lei continua “no, perchè ho il giubbino e una maglia ma è a mezze maniche”. (il giubbino????? io sto per partire con una maglietta a mezze maniche e null’altro nè sopra nè sotto!) mi limito a risponderle: “Monica, vuoi che ti vengano le rane sotto le ascelle?” ok, l’ho convinta. Non le porto la maglia e capisco che c’è da lavorare sul concetto di leggerezza, fondamentale per la bici visto che va a pedali e quei pedali li devi spingere tu, e soprattutto sull’equipaggiamento BASE di Monica!

Arrivo con cinque minuti di ritardo, anche perché non avevo calcolato che sarei uscita con la montain bike e non con la bici da corsa, con la quale vado più veloce. Arrivo al parcheggio, non la vedo e poi sento che mi chiama. La trovo seduta su un muretto, e indossa la tuta la ginnastica. “Ma come? non sei pronta?” Le chiedo stupita dopo che da casa mia a Sant’Eufemia ho fatto la media dei 22/h per essere puntuale!  Dice che non aveva trovato parcheggio…e intanto io mi domando perché mai si sia messa la tuta la ginnastica sopra ai pantaloni da bici…ma sorvolo. Poi vedo (ORRORE!) uno zainetto fucsia e il mio pensiero rifiuta che possa pensare di portarlo con sè. Mentre sto riflettendo tra me e me, e mi sto chiedendo se lo zainetto UGUALE IDENTICO A QUELLO DI DORA L’ESPLORATRICE verrà riposto in auto, la mia amica mi guarda e mi fa: “ho preso lo zainetto perché così mi porto un po’ i cose”. Ma, di grazia, cosa mai potrebbe portarsi nello zainetto alle nove del mattino per andare su una PISTA CICLABILE A UNA MANCIATA DI CHILOMETRI DA CASA????? Neanche la mappa di Dora potrebbe, quindi, essere necessaria!  Ed ecco la risposta che non ti aspetti :”LA BORRACCIA”  Ora, a meno che abbia una tanica, francamente, uno zaino per una borraccia mi sembra quell’attimo esagerato. Solo dopo una decina di chilometri scoprirò che ha con sè una borraccia DA MONTAGNA!!!! cioè quelle proprio da escursionismo, in alluminio, pesante, e con tanto di tappo che si svita!!!. Se prima avevo il sospetto ora ho la certezza che bisogna lavorare sull’equipaggiamento di Monica. Partiamo. Io la Monica, la sua bici “de Carlo Godega”, che non è nè mountain bike, nè da corsa, e nemmeno city bike, con tanto di ragnatele, e con la sella più rigida del mondo e, ovviamente il suo zaino fucsia.

Attraversiamo Sant’Eufemia (dove ci sono sempre più autobus che macchine, oppure sono io che ho la sfiga di incontrarne sempre una marea), e al semaforo di Caionvico svoltiamo a destra per raggiungere Rezzato. La Monica, alla svolta a sinistra per Rezzato, si ferma per far passare le auto che avanzano dietro di lei (e quando dico le auto intendo: tutte le auto della provinciale avvistabili a vista d’occhio umano) . Bisogna lavorare sul fatto che è più pericolo fermarsi all’improvviso a destra, che sporgere il braccio a sinistra, indicare che si sta per svoltare, e andare. Attraversiamo Rezzato e la lasciamo alle nostre spalle, per arrivare a Virle. Subito dopo la chiesa, attraversiamo la strada (cioè veramente io, che sono dietro, dimentico di dire alla Monica che bisogna svoltare…) e andiamo a prendere la ciclabile. Il cartello è dall’altra parte della strada e indica Salò/Desenzano. E’ marrone, come tutti quelli che indicano la pista ciclabile. Non potete non vederlo.

IMG_2025250913Imbocchiamo, così la ciclabile e proseguiamo fino a Gavardo senza sosta. La Monica vede la scritta “Chiosco” e spera in un caffè, ma no! Regola numero 1: prima di aver fatto almeno 40 chilometri non ci si ferma! Siamo qui per pedalare. Il tempo non è dei migliori, ma è comunque, almeno per me, l’ideale. Nuvoloso e con una leggerissima brezza. Peccato che il cielo sia grigio, altrimenti sarebbe proprio perfetto. Il panorama è comunque, molto piacevole. Il fiume oggi puzza, ma va beh…non si può avere tutto. Visto che questa mattina potevo permettermi di andare piano, mi sono fermata a fotografare qua e là, paesaggio, cartelli stradali e zaino di Monica-Dora-theexplorer compresi.

20379_297x176

IMG_2021

“Dove andiamo?” “Sulla ciclabile, con la bici” “Dove andiamo?” “sulla ciclabile” (sottofondo: Dora, Dora, Dora l’esploratriceeeeeeeeeeeeee!”

IMG_2018IMG_2017Arrivate a circa 3 chilometri da Gavardo, per evitare di dover scendere e spingere la bici a mano, visto che alla fine la ciclabile è vietata ai ciclisti (?!?!?!?),  abbiamo svoltato a destra prendendo, così , la strada parallela alla ciclabile, dall’altro lato della tangenziale. Bellissima strada, percorsa da nessuno, che vi consiglio.

IMG_2019 Mentre pedaliamo immerse nel verde, improvvisamente alla Moni viene in mente che sarà utile fare un massaggio dopo tutti questi chilometri e cosa fa? tira fuori il telefono e chiama la palestra!  BISOGNA LAVORARE sulla concentrazione e sull’uso del cell in bici!!!

La cosa si fa lunga e ne approfitto per fare una foto a noi due e per documentare l’uso del cell, a futura memoria!

Monica io e il terzo incomodo

Monica io e il terzo incomodo

All’altezza di Prevalle abbiamo lasciato la strada di campagna, ci siamo immesse sulla provinciale, girato a destra in via Fucine e ripreso la ciclabile. Monica, bardata come se fosse pieno inverno, con giubbino antivento da montagna, zainetto di Dora, con borraccia in alluminio incorporato, scarpe da ginnastica e bici de Carlo Codega, dà i primi segni di stanchezza e mal di sedere, ma tiene botta. Riesce a fare almeno 1 chilometro a 20 all’ora, che, come prima volta e soprattutto col mezzo a disposizione, non è per niente male! Per far andare un po’ la gamba, le propongo di mollare la ciclabile e prendere la provinciale che da Mazzano porta a Virle. E così facciamo. Le dico di attaccarsi alla mia ruota così che possiamo aumentare un pochino la velocità. Raggiungo i 26 all’ora, mi giro e non c’è più. Ok, ho esagerato. Ma Monica non si lamenta. Si vede che le piace! Sono sicura che presto, forse prestissimo, anche lei si innamorerà, come me, della bici. Entriamo a Virle verso Rezzato, dove la ciclabile va contromano. Giuro. Già la strada è piccola, una sola carreggiata, e la ciclabile scorre a destra, nella direzione opposta alle auto. Ora, già a Brescia se vai in bici, di norma, l’automobilista bresciano ti odia. Così, a prescindere da tutto. Se poi ti vede arrivare “al contrario”, ti va di culo se non prende la mira per centrarti in pieno. Arriviamo quasi in centro a Rezzato e un simpatico coglione, non curante minimante del fatto che noi stiamo passando in bici, cosa fa? Parcheggia il camioncino delle consegne SULLA CICLABILE, a dieci metri da noi che stiamo per arrivare proprio in quel punto e, ovviamente, non possiamo andare nella corsia delle auto in contromano!  io, che nella vita “normale” non litigo praticamente mai con nessuno, un po’ per scelta di vita, un po’ perchè non sono capace di litigare, quando sono in bici e noto la maleducazione degli automobilisti nei confronti dei ciclisti, mi trasformo e do il peggio del peggio del peggio di me. Così non posso esimermi dal mandare affan.. il guidatore del furgoncino, che nella sua lingua, ha ricambiato con altrettanto affetto.

Monica deve essere rimasta allibita dal mio comportamento, ma, ragazzi! questa è una giungla…una lotta per la sopravvvivenza in sella!

Dopo due ore dalla partenza, siamo tornate al parcheggio di Sant’Eufemia. Siamo sorridenti e soddisfatte. Monica è felice.

Mentre lei carica la sua bici in auto, io riparto verso casa con la mia e nel tragitto già penso alla nostra prossima uscita.

Rassegnati che dopo NON spiana. Salita dal San Gallo a Serle, senza preavviso.

Martedì 4 giugno.

Siamo al quinto allenamento su dieci con Cristina-la-donna-bionica.  Parto da casa alle 8 e 35 senza avere la minima idea di cosa mi aspetti. (anche perché altrimenti…col cavolo che ci sarei andata!) Dopo 10 chilometri arrivo all’appuntamento fresca come una rosa appassita.

Con fare del tutto normale, vedo che, anziché prendere la strada canonica verso Rezzato, Cristina gira la bici in direzione Botticino. Si volta verso di me e mi dice: “Dai vieni che stamattina saliamo di qui!“. Già il “saliamo” in sé e per sé mi fa paura. Quando poi vedo che ha tutta l’intenzione di farmi prendere una strada che mai mi sarei sognata di fare manco in auto, quasi svengo. Ma ancora non so cosa mi aspetta. E andiamo su, su, su, e ancora su. “Ma scusami Cristina, ma… quando spiana?” Lei pensa che io stia scherzando, ma quando realizza che davvero io non ho la più pallida idea del percorso, con una naturalezza disarmante mi dice “no, bella, qui non spiana un cazzo, sei fuori?” “Stai scherzando?” le chiedo quasi rantolando. “No, no, saranno 10 chilometri di salita quasi tutta al 6%. E con un pezzo al sette e oltre” “No, ma Cri, sei tu che sei fuori di testa! Di brutto!!! Non ce la farò mai!!! Fermi tutti, voglio scendereeeeeeeeeeeeeeeeeeee!“” ecco questo è quello che ho pensato, ma in realtà ho detto “ok“. (non per altro…meglio risparmiare il fiato)

Qui trovare l’altimetria, giusto per avere un’idea della salitina….

altimetria-serle

A circa metà della salita, quando la strada spiana, la Cri mi rassicura: “Adesso siamo arrivate…cioè siamo circa a metà, adesso è piatta, ma poi è al 7%…ma tranqui..quando sei a metà è fatta!” Sinceramente devo ancora capire questa teoria e ho il sospetto che non la farò mai mia!

Mentre io sto praticamente “tirando gli ultimi”, come si dice da queste parti, Cristina fa cose che noi umani che abbiamo da poco iniziato ad andare in bici, non faremo nemmeno tra vent’anni. Si mette, si toglie e si rimette la mantellina, ovviamente con una nonchalance tale che io non avrei nemmeno se fossi a piedi, telefona in tutta tranquillità, senza avere il minimo fiato appesantito da chilometri di salita…e nel frattempo pedala a manetta!

Quando manca un chilometro a Serle, con alle spalle altri 9 di salita, facciamo un incontro che mi fa “svoltare”. La Cri, al contrario di me, quando siamo in bici saluta tutti. Ma non con un normale “ciao”, un formale “salve” o un semplice cenno del capo. No, lei INTAVOLA VERI E PROPRI DISCORSI. Io non saluto, neanche con un super easy-evergreen-classicochenonimpegna “ciao!”, non per maleducazione, perché di solito sto per morire. Quindi anche oggi la Cri, come sempre inizia una conversazione con un signore che ci affianca a bordo di una mountain bike. Io, ovviamente, sto zitta. Lui fa delle domande per me incomprensibili sulla mia bicicletta, domande alle quali, anche a volerlo (e non volevo!), non avrei mai saputo rispondere. Domande sul cambio, sui freni, sulla circonferenza delle ruote. Loro parlano, parlano, parlano…e io pedalo per i fatti miei. Ad un certo punto incomincio ad inquadrare l’elemento…Inizia a dire che prima di fare la San Gallo Serle bisogna avere almeno 200 km nelle gambe. Allora la Cri gli dice che è la mia prima volta e che io ne ho già fatti 500 in poco più di un mese. Lui stenta a crederci. Allora lo chiede direttamente a me. Io mi limito ad annuire. “Sì però bisogna avere la forza, eh! io sono qui con voi e magari sembra che vada piano, ma dopo prendo una stradina, verso il castello di Serle che sale sale sale e che mai nessuno fa perché è difficilissima”. Metto a fuoco l’elemento: trattasi di tuttologo. Sto per raggiungere e superare il limite della sopportazione quando mi guarda e mi fa: “sì però per fare le salite bene, tu devi dimagrire eh!“. A quel punto, mi giro ed esce tutta la schiettezza e la brescianità insite in me e gli dico “secca e gnecca”: “se ero magra, stamattina stavo a baita.” E via di sprint finale in salita!!!!

image

Grande soddisfazione in cima a Serle, non solo per la salita, ma  anche per aver seminato il tuttologo!

(è necessario lavorare sulla mia attrezzatura ed è ora che io impari a mettermi le lenti a contatto e elimini gli occhiali da Sciura Pina!) (vedi equipaggiamento)

image

Vista da Serle

image

Cri-ladonnabionica e io,dopo la salita San Gallo- Serle

imageGransissima soddisfazione, 50 km in totale, 654m di dislivello. Una volta tornate al parcheggio la Cri mi dice ciò che non mi sarei mai aspettata: “adesso che hai fatto questa, puoi tranquillamente affrontare la Maddalena“. Torno a casa pedalando felice. Non so se sia vero, ma mi piace pensare che sia così. E così sarà.

mappa serle